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Il primo 25 Aprile senza il comandante Diavolo

I ricordi del figlio Fausto Nicolini: «Quella volta che disse no al Re di Maggio...»

REGGIO EMILIA. Il primo 25 Aprile senza il Diavolo. Il primo anniversario della Liberazione che – ci piace pensare – Germano Nicolini guarderà da Lassù. E magari si imbarazzerà, sincero, vedendo in quanti modi, nella sua terra, in tanti hanno voluto che lui, al Dievel. Del resto, era stata la prima cosa che mi aveva detto, accogliendomi in casa sua per l’intervista dei 100 anni: «Non volevo diventare un personaggio...», mi disse quasi scusandosi, quel signore di 100 anni dagli occhi mai stanchi. Occhi che avevano davvero visto tutto e oggi, lungo il viale del tramonto, cercavano il figlio Fausto, colui che più di tutti – oggi che Germano non c’è più – custodisce i frammenti di vita del comandante partigiano. E tra questi, i 25 aprile. «Non posso dire – è la prima riflessione di Fausto Nicolini – con un padre così, in casa nostra, fosse sempre 25 aprile, ma quasi... Soprattutto dopo che la sua vicenda personale era diventata un caso nazionale, ogni 25 aprile era come se in lui si riattivasse tutta la macchina dei ricordi». Invero, una macchina sollecitata di continuo: «Aveva una grandissima passione – ricorda il figlio – che veniva alimentata dall’attenzione che riceveva soprattutto dalle giovani generazioni. Ricordo quando riceveva la visita di gruppi di studenti, o quando era lui ad andare nelle scuole non senza qualche preoccupazione da parte dei suoi familiari».

E l’ex direttore generale dell’Ausl che qualcuno in questi giorni – sui social – celebra al pari del padre ricordando la sua gestione nei mesi della pandemia, ricorda un episodio in particolare, una lezione che il Comandante Diavolo fu invitato a tenere in un liceo classico di Verona: «Liceo Classico e Verona. Sta’ a vedere che son tutti di destra e finisce male... Niente di più sbagliato: lo ascoltarono in silenzio per tre ore e lui ne fu felicissimo».


Attestati. Riconoscimenti. Medaglie. Come quella al valor militare che lui, ogni 25 Aprile, si appuntava alla giacca. «Am’han cavée anca l’mdaia», amava dire quando la sfoggiava nel giorno della Liberazione.

Era la medaglia d’argento al valor militare che lui, capitano dell’Esercito s’era poi guadagnato con le azioni partigiane in cui era stato protagonista. E che gli sarebbe stata tolta – assieme a tutti i diritti civili – in forza di una condanna per un delitto mai commesso, una macchinazione che avrebbe condizionato tutta la sua vita.

«È uno degli episodi della sua vita rimasti inediti più a lungo – ricorda Fausto – e riguarda proprio il periodo del 25 aprile 1945. Correggio era stata liberata dagli americani, e proprio il comandante delle truppe alleate aveva nominato mio padre comandante della piazza. Qualche giorno dopo, a Correggio, si presentò Umberto II. Il Re di maggio era arrivato in città per incontrare una nobildonna correggese. Ma in quell’occasione non si limitò a questa visita: Umberto II di Savoia volle conoscere il capitano dell’Esercito che era stato nominato comandante della Piazza di Correggio. Mio padre ricevette un invito a colazione dal re, ma lui rispose: accetto, se possono venire anche i miei uomini. Il re gli chiese anche se avrebbe voluto far parte della Guardia Reale, ma lui declinò l’invito: «La guerra l’ho già fatta. Ora voglio studiare economia...». —

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