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Grande Aracri si pente: il boss dei due mondi cela 40 anni di misteri

Attesa per le verifiche sull’attendibilità. Poi anche la Dda di Bologna potrà sentirlo

REGGIO EMILIA  Il capomafia Nicolino Grande Aracri si sta pentendo nelle mani dell’alfiere della lotta alla ’ndrangheta, Nicola Gratteri. È il colpo di scena giudiziario forse più clamoroso degli ultimi anni di lotta alle mafie e che si sta celebrando nel distretto di Catanzaro, dove il procuratore calabrese sta ora valutando insieme ai suoi collaboratori le rivelazioni che il capo della ’ndrangheta crotonese sta fornendo da circa un mese e che, se considerate inossidabili, potrebbero scoperchiare gli ultimi 40 anni di criminalità organizzata, quella di origine calabrese, diventata imperante anche sullo scacchiere internazionale grazie a esponenti del calibro di Grande Aracri.

I MISTERI IN EMILIA  Visto il suo calibro, lo scetticismo sul suo pentimento è forte. La sua collaborazione metterebbe nei guai famiglia e affari, compreso il presunto tesoretto nascosto forse all’estero. È presto per dire come andrà a finire la collaborazione con la giustizia di Grande Aracri, ma è certo che ora anche la Dda di Bologna chiederà di sentire il boss, che avrebbe deciso di aprire il libro anche sugli affari in Emilia. E pensare che tutto parte da Cutro, l’antica Kyterion, la città della creta segnata da ampie sacche di povertà, retroterra sociale nel quale l’ormai 62enne Nicolino “Mano di gomma” è cresciuto, prosperando poi con la colonizzazione della ricca e prosperosa Emilia, diventando così il boss dei due mondi, messo definitivamente in ginocchio nel 2015 con l’esplosione dell’inchiesta Aemilia (oltre 200 imputati) e Kyterion, centrate rispettivamente a Reggio Emilia e a Cutro.



LA SUCCURSALE REGGIANA  Criminale incallito, fin da giovanissimo incassa arresti e condanne in un crescendo che oggi conta qualcosa come 50 capitoli nel suo sterminato casellario giudiziale. Visto il pentimento non si sa dove sia stato trasferito il superboss. Fino a qualche giorno fa era detenuto in regime di carcere duro a Milano, dove stava scontando l’ergastolo per l’omicidio di Antonio Dragone, suo ex boss che uccise con un agguato a Cutro col bazooka nel 2004. Un ergastolo al quale si è aggiunto quello per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero, ucciso a Brescello nel giugno 1992 da un commando travestito da carabinieri. Spedizione partorita nelle more di una faida di ’ndrangheta scoppiata a Reggio Emilia, divenuta la succursale del clan, e vinta da Grande Aracri che fino a pochi mesi fa si collegava via video con il tribunale di Reggio per difendersi dalla pesante accusa. Il boss è ormai schiacciato da pesanti accuse ed ergastoli, soprattutto nel ruolo di mandante, segno del suo grado apicale gestito nonostante le carcerazioni e le ormai celebri riunioni nella cantinetta della sua abitazione cutrese, in contrada Scarazze, piena zeppa di “cimici”.

LA SCIA DI SANGUE  Grande Aracri conta un altro ergastolo anche per i sette omicidi di cui è stato ritenuto mandante e avvenuti negli anni tra il 1999 e il 2000 (processo Scacco Matto), tra le cui vittime ci furono Antonio Simbari, Raffaele Dragone e Tommaso De Mare, Rosario Sorrentino, Francesco Arena e Francesco Scerbo. Nicolino – per tutti Nicola detto “Mano di gomma” per un infortunio alla mano – si è quindi progressivamente creato uno spazio autonomo nella gestione delle attività illecite nella provincia crotonese, riguadagnando – per conto della cosca – il controllo dei traffici di sostanze stupefacenti in Emilia. Nel 1995, approfittando delle vicissitudini giudiziarie che coinvolsero numerose cosche nel Crotonese e forte dei numerosi appoggi anche dei colletti bianchi, diventa garante degli interessi criminali dell’intera area cutrese e non solo. È solo dopo l’arresto nell’inchiesta Scacco Matto che si capisce che Grande Aracri sta scalando posizioni. In una perquisizione subìta nel 1995 viene arrestato dai carabinieri di Crotone perché trovato in possesso di un fucile mitragliatore Ak-47 (kalashnikov) di fabbricazione rumena, munizioni da guerra, una serie di titoli di credito per qualcosa come 400 milioni di lire, timbri e documenti falsi, nonché numerosi oggetti atti per falsificare i telai delle autovetture. Un assaggio del suo futuro tesoretto.

NON E' COSA NOSTRA  Nel 1997 finisce per la prima volta nel mirino della Criminalpol di Bologna, che lo arresta per produzione e traffico di droga. Gli investigatori capiscono che ha messo radici in Emilia, come racconta l’inchiesta dello stesso anno della neonata Dda di Bologna che indagò pionieristicamente 22 persone come membri «di un’organizzazione di tipo mafioso riconducibile alla riconosciuta cosca Dragone». Richieste di arresto rigettate all’epoca dal gip di Bologna perché la considererà mafia di pertinenza del sud. Un’inchiesta Aemilia prima di Aemilia, che indicava un «unitario schema di controllo fondato sul regime tipico di intimidazione e solidarietà delle organizzazioni di matrice mafiosa», localizzato «a Reggio Emilia, Piacenza, Parma, Cremona ed altri luoghi fino al 1997», con dentro personaggi eccellenti come Grande Aracri, Francesco Lamanna (suo luogotenente nel Cremonese), oltre ad Antonio Macrì, detto “topino”, definito «il killer perfetto», che il pentito Antonio Valerio dice essere stato ucciso nel 2000 «perché si stava allargando troppo a Reggio» e che sarebbe stato seppellito a Cutro, a 17 metri di profondità «perché i rilevatori arrivano fino a 15».

C’era anche Maurizio Foroni, reggiano indagato in maniera più defilata come semplice prestanome per il night club Cabaret di Modena, lontano dalla criminalità organizzata ma oggi considerato il re delle false fatture, attività sulla quale Grande Aracri e il suo esercito di sodali – si parla di 500 persone almeno – si sono poi arricchiti senza spargere più sangue al Nord. —

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