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«Vaccinare è una gioia. Diamo alle persone un’arma contro il Covid»

Un giovane medico e due infermiere raccontano la vita alle Fiere di Reggio «Siamo una grande famiglia, e i sorrisi dei pazienti spazzano via la fatica»

REGGIO EMILIA. Turni estenuanti, sempre più lunghi del previsto. Gambe e schiena doloranti per le ore trascorse in piedi. Tensione che inevitabilmente si accumula. Eppure alle Fiere brillano gli occhi. Sono quelli degli infermieri e dei medici che, dall’inizio della campagna vaccinale, consegnano ai cittadini una delle due armi per difendersi dal virus (l’altra è il rispetto delle regole). «Ed è questa consapevolezza a ricompensarci degli sforzi e delle fatiche», dicono tre di loro.

Riccardo Righetti, 26 anni, di Rio Saliceto, si è laureato in medicina lo scorso luglio e lavora alla Fiere dal 2 marzo: «Sono entrato tramite il bando dell’Ausl – racconta – mi hanno chiamato due giorni dopo la mia candidatura». Anche Nadia Mehraj, 24 anni, di Fabbrico, ha iniziato a prestare servizio come vaccinatore subito dopo la laurea in infermieristica: «Mi sono laureata in dicembre e ho iniziato a lavorare in febbraio: un mesetto alle Fiere, poi al distretto di Correggio, e ora sono tornata qui».



Marianna Della Corte, infermiera di 28 anni, di Castellarano, a differenza degli altri due è assunta a tempo indeterminato dal 2019: «Dal 2017 lavoro in ospedale – dice – e quando è scoppiata l’emergenza sanitaria sono stata spostata al check point del Santa Maria Nuova perché rientro in una delle categorie vulnerabili e non posso sollevare pesi né fare sforzi. Poi mi hanno proposto di venire qui alle Fiere. Mi hanno detto che avrei dovuto stare molto tempo in piedi, ma ho voluto mettermi alla prova e sono felicissima di averlo fatto: nonostante la pesantezza dei turni e le difficoltà che si incontrano ogni giorno, le persone arrivano qui con il sorriso e ci fanno capire che siamo importanti per loro. E così, nonostante la stanchezza, vado a casa con il sorriso anche io».



Lo stesso capita agli altri vaccinatori: una ottantina di persone, tra medici e infermieri, che dovrebbero lavorare 30-36 ore a settimana ma non scendono mai sotto le 45-50. Per lo più giovani, spesso assunti attraverso il bando dell’Ausl, ma anche pensionati che sono tornati a indossare guanti e camice per dare una mano in questo momento di difficoltà. «Siamo una grande famiglia – dicono il medico e le infermiere – lavoriamo tanto ma stiamo davvero bene: non ci sono conflitti, uniamo le forze per aiutare gli altri e questo, oltre a rendere felici noi, arriva anche ai pazienti».

Sia quelli che si presentano alle Fiere, spesso accompagnati da figli o nipoti, sia quelli che ricevono il vaccino a casa perché impossibilitati a muoversi. In questo caso le operazioni si complicano un po’ «perché medico e infermiere devono portarsi dietro la borsa dell’emergenza e quella dei vaccini, entrare in case anche strette e fare tutto da soli», spiega Marianna Della Corte. «E perché a seconda dell’anamnesi del paziente, a volte si deve restare anche un’ora dopo la somministrazione per controllare eventuali reazioni», aggiunge Riccardo Righetti. «Capita anche di andare a casa di qualcuno che poi rifiuta il vaccino – dice Nadia Mehraj – e in quel caso, come è successo a me, bisogna comunque informare il più possibile il paziente, perché anche il dissenso deve essere informato, e poi bisogna organizzare al volo un’altra vaccinazione domiciliare attingendo dagli elenchi delle riserve».

Impossibile, due anni fa, immaginare che due neolaureati e un’infermiera di ruolo dovessero fare tutto questo. Ma adesso è difficile anche immaginare cosa accadrà dopo, quando l’emergenza sarà finalmente finita. «Io vorrei tanto lavorare in pronto soccorso», rivela Nadia Mehraj dando voce ai suoi sogni. «Io a luglio avrò il test di ammissione alle specialità e spero di entrare a medicina interna a Modena», dice invece Riccardo Righetti. «Io ho un po’ paura di quando tutto questo finirà – confessa Marianna Della Corte – non per l’emergenza, e certamente non per i malati e i morti, ma perché qui si è creato davvero uno splendido gruppo. Lavorando alle Fiere ho conosciuto persone meravigliose che mettono davanti a tutto un unico obiettivo comune».

«Senza considerare – riflettono Nadia Mehraj e Riccardo Righetti – l’incredibile opportunità di poter lavorare con professionisti esperti che sono rientrati dalla pensione apposta per poter dare il proprio contributo. Noi li aiutiamo con la tecnologia a cui sono meno avvezzi di noi, ma loro ci danno grandi lezioni sulla parte clinica».

La pausa è quasi finita, bisogna tornare in servizio, ma non prima di aver dedicato qualche minuto al ricordo dei momenti più belli di questo lavoro “creato” dalla pandemia. «La soddisfazione più grande è vedere quanto sono felici i pazienti dopo aver ricevuto il vaccino», concordano tutti e tre. «Mi ricordo – dice Riccardo Righetti – di quando ho vaccinato una ragazza che durante la prima ondata lavorava in una casa di riposo per anziani. Le ho somministrato il vaccino e lei si è messa a piangere. Di felicità. Ha detto: “Ho visto morire così tante persone, finalmente siamo arrivati a questo punto”. È stato commovente». «E quando una signora – ricorda Marianna Della Corte – dopo la puntura, quasi sotto voce, mi ha chiesto: “Ma adesso posso abbracciare i miei nipotini?”».

Immagini che cancellano la fatica e la frustrazione che, inevitabilmente, si accumulano giorno dopo giorno: «Perché – raccontano il medico e le infermiere – ci sono anche le persone che non vogliono farsi vaccinare, entrano nel box e cambiano idea, dicono di essere spaventate da quello che hanno sentito al telegiornale. Per fortuna i rifiuti stanno diminuendo».

«Il momento più felice che ricordo io – conclude Nadia Mehraj – è quando una signora, tra l’altro operatrice sanitaria, è entrata dicendo che non voleva il vaccino. Ci siamo fermati tutti e abbiamo iniziato a parlare, a rispondere alle sue domande, a spiegare perché è così importante vaccinarsi. E alla fine lei ha scelto di farsi somministrare la dose. In quel momento ho capito che avevamo fatto il nostro lavoro».

Un lavoro da applauso. Come quello che qualche sera fa è partito alle 21.30, con medici e infermieri ancora alle prese con le vaccinazioni: «Grazie – dicevano le voci superando il fragore delle mani – grazie per quello che state facendo per noi». Grazie, sì. —

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