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Rinviati a giudizio i tre dipendenti di Aipo per l’alluvione dell’Enza a Lentigione

Nell’immagine aerea la frazione di Lentigione invasa dalle acque dell’Enza il 12 dicembre 2017

Brescello, sono accusati di inondazione colposa in concorso. La decisione dopo le arringhe difensive. Vergnani: «Fatto ciò che dovevamo»

BRESCELLO.Tutti e tre gli imputati rinviati a giudizio, vale a dire che la loro posizione sarà approfondita in un dibattimento che si preannuncia particolarmente complesso.

L’udienza. Stiamo parlando del delicatissimo caso dell’alluvione di Lentigione del 12 dicembre 2017: il torrente Enza straripò inondando alle prime luci dell’alba la frazione brescellese, causando 1.157 sfollati e milioni di euro di danni. E la decisione del triplice rinvio a giudizio è stata emessa ieri – in tarda mattinata – dal gup Luca Ramponi nella terza “tappa” dell’udienza preliminare durata ieri circa tre ore, con l’ultima mezz’ora dedicata alla veloce camera di consiglio. I tre imputati – tutti dipendenti dell’Aipo, accusati dopo l’inchiesta del Nipaaf dei carabinieri forestali di Reggio di inondazione colposa in concorso – sono presenti in aula: i dirigenti Mirella Vergnani (difesa dall’avvocato bolognese Paolo Trombetti) e Massimo Valente (tutelato dall’avvocato nonché docente universitario modenese Giulio Garuti), e il tecnico Luca Zilli (difeso dall’avvocato parmigiano Amerigo Ghirardi).

I tre imputati con il difensore Amerigo Ghirardi


Le difese. In apertura, con “spontanee dichiarazioni”, Vergnani ha preso la parola: «Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo, le cause di ciò che è accaduto non sono addebitabili all’Aipo». Poi gran parte dell’udienza si è incentrata sulle arringhe difensive (supportate da memorie scritte e una consulenza tecnica) tese al proscioglimento. Vari i temi toccati, con sfumature più o meno accentuate a seconda del difensoreRelativamente all’argine di Lentigione, viene rimarcato come la sua progettazione sia opera dell’Autorità di bacino, per arrivare a dire che se l’argine ha ceduto sarebbe stato per un difetto di origine progettuale e non funzionale.

Di nessun aiuto, quel tragico giorno, neppure il bollettino metereologico: per le difese venne prospettata una situazione diversa rispetto a quella reale, perché l’eccezionalità dell’evento atmosferico contribuì all’esondazione del torrente. Poi dall’analisi dei dati reperibili sugli eventi di piena dell’Enza – cioè dal 1935 – i legali ritengono che fosse imprevedibile il superamento delle acque in un argine con il “franco” di un metro come misura di sicurezza. E nella riunione serale con il prefetto era emersa – viene aggiunto dai difensori – una situazione ordinaria, senza allarmi particolari. E per mettere 22mila sacchetti, quelli che sarebbero serviti ad alzare l’argine di 60 centimetri – come sostiene la Procura – ci sarebbero volute 48 ore e l’Aipo ha saputo del sormonto alle 5 del 12 dicembre («Impossibile a quel punto agire»). All’Aipo doveva dirlo chi era sull’argine e cioè i volontari. Tesi difensive sostenute anche dall’avvocato bolognese Vittorio Melandri (dell’Avvocatura di Stato) che rappresenta l’Aipo come responsabile civile.

Il giudice Luca Ramponi mentre legge la sentenza


Lerepliche.  A quel punto sono scattate le repliche del pm Giacomo Forte e di due avvocati di parte civile, cioè i legali Gianluca Tirelli e Giovanni Tarquini che, nell’insieme, hanno indicato come decisivi i problemi a monte, vale a dire il malfunzionamento delle due casse di espansione di Montecchio/Montechiarugolo a causa della cattiva manutenzione (i detriti accumulatisi negli anni e la presenza di una folta vegetazione) che ha mandato in tilt il sistema idraulico. Ultime battute, poi la decisione del giudice che rinvia a giudizio i tre imputati (processo al via il 3 marzo 2022). All’uscita i difensori annunciano battaglia in vista del processo. Più loquaci i legali di parte civile Tirelli, Tarquini e Badodi che tutela il Comitato: «Passaggio giudiziario importante e per nulla scontato e ora vi sarà un approfondimento a dibattimento per arrivare ad una risposta che merita la gente che ha subìto tutti questi danni».