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Il boss Grande Aracri confessa: tremano criminali e colletti bianchi

Già da un mese collabora con la procura di Catanzaro che ne verifica l’attendibilità Una scossa che da nord a sud potrebbe mettere in ginocchio il clan e i tanti sodali

REGGIO EMILIA. Fratelli, parenti, amici, criminali, killer così come professionisti, politici e massoni: se Nicolino Grande Aracri vuotasse davvero il sacco, da Cutro partirebbe una scossa fino al nord Italia che potrebbe far venire giù tutto. Il boss, ora ergastolano, da un mese ha cominciato a collaborare con la giustizia secondo quanto anticipato ieri dal Quotidiano del Sud e confermato da fonti della Dda. Una scossa fortissima per il suo clan e i partecipi del mondo di mezzo, che cominciano a tremare perché parliamo del capo indiscusso della Provincia criminale di Crotone, mammasantissima della ’ndrangheta che ha conquistato il nord Italia espandendosi in Europa. Un esercito criminale formato da centinaia di sodali, radicatosi nella “succursale” Reggio Emilia dopo trent’anni di affermazioni a suon di delitti e affari illegali diventati d’oro una volta presi in mano da Grande Aracri, che fece uccidere il suo vecchio boss Antonio Dragone a colpi di bazooka. Partito con l’abigeato, Grande Aracri è divenuto poi la figura al centro di decine di inchieste e su cui gravitano relazioni di altissimo profilo e legato a una miriade di omicidi, diversi dei quali irrisolti. Un vero boss in Calabria così come in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, il cui ecosistema criminale è stato messo all’angolo dall’inchiesta emiliana Aemilia, con il maxi processo celebrato tra Reggio Emilia e Bologna che ha avuto il merito di creare la più grande fonte informativa dell’antimafia degli ultimi anni tra pedinamenti, intercettazioni ma soprattutto collaborazioni con la giustizia e “pentimenti”.

Solo durante il processo Aemilia a compiere il salto di fronte sono stati tre imputati di spicco: l’imprenditore calabrese Pino Giglio (di Montecchio), il cutrese Antonio Valerio (di Reggio Emilia) e il muratore crotonese-cremonese Salvatore Muto. Tre spine nel fianco di Grande Aracri e compagni, che durante i processi hanno tentato inesorabilmente di minarne l’attendibilità, senza però riuscirsi. I tre collaboratori hanno anche confessato gravi crimini.


Ora tocca al boss Grande Aracri, già condannato a vari ergastoli, la cui collaborazione viene già accostata a quella di un pentito dirompente quale fu il siciliano Tommaso Buscetta, che si affidò al giudice Giovanni Falcone facendo franare parte dell’impalcatura mafiosa. Grande Aracri sta lavorando con i magistrati della Dda di Catanzaro, in una procura al cui vertice c’è Nicola Gratteri, procuratore che come Falcone ha scelto coraggiosamente di combattere le mafie restando nella sua terra d’origine, di cui conosce i meandri criminali e dove sta radicando indagini e processi di portata storica come il recente Rinascita-Scott, con 355 imputati. Il pentimento di Grande Aracri rappresenterebbe un nuovo picco della lotta alle mafie toccato dalla procura di Catanzaro.

Per capire la genuinità delle sue rivelazioni ci vorrà però tempo. Il fatto che la collaborazione stia proseguendo da un mese, porta a pensare che l’esito per ora sia positivo. Altri collaboratori sono stati respinti poco dopo la chiamata in procura, come accadde al suo braccio destro Nicolino Sarcone, boss di Reggio che viveva a Bibbiano, considerato non attendibile dalla pm Beatrice Ronchi della Dda di Bologna, procura divenuta snodo delle indagini al Nord e che ora potrebbe beneficiare delle rivelazioni rilasciate dal boss al Sud, rinomato moltiplicatore di fortune con agganci con colletti bianchi, amministratori e faccendieri in mezza Italia. —

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