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Piscine al palo, Uisp lancia l’allarme: «A queste condizioni non si riapre»

Reggio Emilia, prima la chiusura, ora il distanziamento eccessivo: «Siamo pronti a restituire gli impianti ai Comuni»

REGGIO EMILIA. Tra epidemia e distanziamento lo sport amatoriale e lo svago rischiano di essere per pochi. Troppo pochi per tenere in equilibrio i conti, avverte l’Uisp, l’unione italiana sport per tutti, che tra Reggio Emilia e provincia gestisce sette grandi piscine, dà lavoro a cento dipendenti a tempo indeterminato – in cassa dallo scorso ottobre – e altri duecento collaboratori stagionali. Un giro d’affari (dati pre-Covid) da 7 milioni di euro, che ha respirato la scorsa estate ma che vede nubi dense sulla prossima, nonostante quegli impianti saranno una benefica valvola di sfogo anche in quest’anno di vacanze a corto raggio.

La questione è presto detta, secondo Azio Minardi, presidente dell’Uisp di Reggio: «Se resta l’obbligo del rispetto di una persona ogni 10 metri, all’Aquatico di Reggio faccio entrare forse 500 persone invece che le 2mila che ci servono per lavorare con un margine di reddito. E lo dico dopo avere passato mesi con i dipendenti in cassa, che abbiamo sempre anticipato, tranne questo ultimo mese. Solo a Reggio ci sono da noi 100 famiglie che dipendono dalla sostenibilità di questo settore, finora passato sotto traccia. Speriamo che la Regione accolga le nostre indicazioni per aprire in sicurezza ma anche con buon senso».


L’Uisp nel Reggiano, oltre all’Aquatico di Reggio, gestisce impianti a marchio Komodo a Boretto, Campegine, Rubiera, oltre a Castelfranco Emilia, all’Ecovillage di Collecchio e all’Azzurra Piscine di Scandiano. Sono stati analizzati 34 impianti natatori coperti pubblici affiliati sui circa 80 presenti sul territorio regionale, in sette delle nove province emiliano romagnole. L’esito parla di una perdita di fatturato solo da gennaio a fine agosto nel 2020 pari al 34%, compensata solo in minima parte dagli ammortizzatori sociali e dal calo dei costi generali. La ripartenza dell’estate scorsa è stata soffocata a ottobre dalla nuova ondata, che ha portato la perdita di fatturato a fine anno di oltre il 50%. Con il secondo lockdown per il settore palestre e piscine, la chiusura da ottobre a marzo rappresenta la perdita del 70% dei ricavi con costi gestionali insostenibili per i restanti mesi.

Ora i protocolli varati in vista della prossima riapertura estiva sono parsi «del tutto sproporzionati e inadeguati ai fini di un minimo mantenimento di un equilibrio economico finanziario delle gestioni stesse» fa sapere, dati alla mano Minardi: «Nel settore piscine, che occupa in regione oltre 5.000 addetti e nel circuito Kinema (di proprietà Uisp Reggio Emilia) circa 250 persone tra dipendenti e collaboratori, la prospettiva che inizia a farsi corpo è quella delle chiusure di tutte le strutture di valenza pubblica con la riconsegna degli impianti alle amministrazioni locali che già per il primo lockdown non hanno saputo o potuto intervenire a sostegno delle gestioni e sono tuttora silenti sulle richieste legate al necessario riequilibrio economico finanziario previsto anche dal Dl 34».

Anche perché, «se vogliamo parlare di ristori – spiega Minardi – noi abbiamo avuto qualche decina di migliaia di euro su un fatturato di 7 milioni. Siamo alle briciole».

A pesare è anche il modello di business, fatto di tariffe relativamente contenute per gli utenti, un numero elevato di frequentatori, costi fissi molto elevati, complessità gestionale accresciuta per il mantenimento di scrupolosi protocolli sanitari. Contesto in cui anche i ristori messi in campo dalla Regione sono stati un timido palliativo.

«La riapertura degli impianti non è ancora all’ordine del giorno, ma l’attività natatoria è stranamente iper penalizzata, con protocolli che addirittura ventilano criteri di riapertura con una persona ogni 10 metri quadri, riducendo di fatto la capienza degli impianti dell’80%: significherebbe in buona sostanza la chiusura e la restituzione delle chiavi ai Comuni», mette nero su bianco l’Uisp.

Per Giacomo Doglione, che coordina la gestione degli impianti del mondo Uisp (piscine e palestre di Boretto, Campegine, Scandiano e Rubiera in particolare), «gli impianti chiusi hanno bisogno di mantenere un minimo di funzionamento, per evitare la rottura dei macchinari e il decadimento delle strutture, tutto ciò ha un costo in un momento in cui si hanno zero ricavi. Diventa difficile anche solo acquistare del materiale di consumo per effettuare le manutenzioni necessarie e il costo delle utenze per quanto si sia abbassato per effetto della chiusura è comunque rilevante. Le famiglie richiedono sempre più spesso con mail e raccomandate la restituzione della quota per il periodo in cui non hanno potuto accedere ai servizi acquistati: questo, ovviamente, è un problema che si aggiunge a un quadro già disastrato».

«La chiusura degli impianti non è stata una scelta ma un’imposizione dettata da un decreto – conclude –. Sul fronte degli operatori del settore, ben 7 degli ultimi 12 mesi sono stati di cassa integrazione straordinaria e non tutti i collaboratori sportivi hanno avuto accesso al bonus avendo forti difficoltà economiche. Il bonus tra l’altro non è più stato erogato da dicembre 2020. Tra le categorie più colpite in questi mesi ci sono anche gli anziani e i disabili per i quali l’attività sportiva era una delle poche occasioni di socialità oltre che di benessere individuale». —

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