«La trappola mortale su Facebook. Era invaghito di una donna fittizia»

L'omicidio del 22enne Waqas: in Assise il maresciallo spiega come l’amata pakistana “GVR” non esistesse

Tiziano Soresina

fabbrico. Dall’esito dell’udienza preliminare – chiusasi tre anni fa – si sa come il pm Giacomo Forte inquadri l’omicidio nel 2014 del pakistano Ahmed Waqas di 22 anni. Un feroce delitto a sfondo passionale, alludendo sia a mire omosessuali mal riposte su quel giovane da parte del connazionale Mustapha Ghulam (più vecchio di 19 anni della vittima, condannato in Appello a 14 anni di reclusione), poi “sterzate” su maldicenze che il 22enne avrebbe detto sul conto della moglie di Shamraiz Sadiq Naveed (attuale imputato in Assise), che era rimasta in Pakistan. A monte una messa in scena degna di un noir per far cadere il connazionale nella trappola e quindi ucciderlo, cioè l’aver fatto innamorare Waqas di una donna del tutto fittizia, esistente solo su un profilo Facebook da loro governato, per indurlo ad allontanarsi da Fabbrico per seguirla in Germania. Un’imboscata mortale. Prima con un fendente al ventre, poi con un altro alla gola – la notte fra il 14 e il 15 febbraio del 2014 – e sotterrato in un campo in via Cascina a Fabbrico (cadavere trovato molti mesi dopo).


E ieri, in Assise, il maresciallo Cristian Gandolfi, sulla scia delle domande del pm Forte, ha illustrato le indagini dei carabinieri, soffermandosi in particolare sul tragico inganno.

Per il militare, l’allora 41enne Ghulam aveva un debole («un rapporto morboso») per il ben più giovane connazionale che era giunto a Fabbrico nel febbraio 2013 perché in rotta con la famiglia, in quanto si era rifiutato di sposare una cugina, rompendo così la tradizione pakistana dei matrimoni combinati. Waqas era andato a vivere con la famiglia dello zio materno, non lavorav,a ma dava una mano accompagnando i quattro figli della coppia a scuola o in moschea. E dai tabulati telefonici gli inquirenti – che fin dal primo momento indagano per omicidio – scoprono che i suoi contatti in loco erano soprattutto con Ghulam, in misura ben minore con Naveed (originario dello stesso paese del giovane, da tempo in Italia e in attesa di ricongiungersi con la moglie), cioè due connazionali che vivevano insieme ad altri pakistani in un’abitazione di via Matteotti.

Indagando poi sui profili Facebook i carabinieri si rendono conto che Waqas si era invaghito di una giovane pakistana residente a Fabbrico, ma con cui non aveva contatti diretti sul web, ma solamente tramite Ghulam che faceva da intermediario.

È l’inizio di una serie non indifferente di stranezze: l’amata compare sempre e solo con l’acronimo “GVR” e viene descritta come bellissima e di famiglia benestante, spunta una sorella corpulenta, ma anche un ricovero ospedaliero della giovane per aver ingerito delle pastiglie e una visita serale di Ghulam a casa di lei (poco credibile perché per le usanze pakistane solo un parente può fare una visita di quel genere a una donna di sera). Il 22enne pian piano si convince che quella è la compagna giusta per lui e vuole sposarla senza dire nulla ai familiari, rivelandolo via chat solo ad uno zio che vive in Norvegia.

Allo zio materno con cui vive spiegherà solo che vuole andare in Germania e la sera del 14 febbraio 2014 esce di casa con la valigia per l’appuntamento che dice di avere davanti alla chiesa cattolica con alcuni connazionali diretti con lui in terra tedesca. Prima passa a salutare gli amici che abitano in via Matteotti, poi se ne va. Da quel momento di lui non si saprà più nulla, fino a quando verrà ritrovato il cadavere semisotterrato. «Un corpo volutamente spogliato di tutto – rimarca il maresciallo Gandolfi – come simbolo di infamia nella cultura musulmana, la massima punizione».

Nella prima fase delle indagini verrà cercata quella non meglio identificata “GVR”, ma «dai riscontri viene escluso che a Fabbrico e dintorni esista quella pakistana». E il teste non nasconde i problemi di indagare su una comunità pakistana molto chiusa e legatissima ai propri usi e costumi anche in Italia.

In avvio di udienza è stato sentito un amico della vittima che vive a Barcellona. Chattava con Waqas e pure a lui aveva detto di aver conosciuto a Fabbrico una connazionale e di volerla sposare. Anche all’amico aveva chiesto riserbo. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA