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Dalla perdita del gusto a ictus ed epilessia: «Così il Covid devasta il sistema nervoso»

Franco Valzania, primario del reparto di Neurologia dell'ospedale di Reggio Emilia: «Anche dopo la guarigione il 30% dei pazienti manifesta sintomi cronici»

REGGIO EMILIA. Ictus ed emorragie celebrali, crisi epilettiche, deficit di memoria, perdita di gusto e olfatto. Gli effetti devastanti del Covid si manifestano non solo a livello polmonare ma, spesso, danneggiano in modo significativo anche il sistema nervoso dei pazienti. Con conseguenze visibili anche settimane o mesi dopo l’effettiva guarigione dal virus con vertigini, affaticamenti o disturbi nel sonno.

A raccontarlo è Franco Valzania, primario del reparto di Neurologia dell’ospedale Santa Maria Nuova, che studia e combatte questi fenomeni da oltre un anno.


Anche il suo reparto, al pari degli altri, si è dovuto riorganizzare per gestire l’arrivo del Covid. Come avete affrontato la pandemia e com’è cambiato il vostro lavoro in questo anno?

«La direzione dell’azienda ha deciso di mantenere il reparto di Neurologia “Covid free” per continuare a garantire un percorso diagnostico-terapeutico ai pazienti neurologici non coinvolti dall’infezione. Nel corso della prima fase (marzo-aprile 2020) non è stato facile raggiungere questo obiettivo perché gli strumenti diagnostici (tamponi molecolari, esami sierologici) erano in via di implementazione, non sempre ottenibili in modo tempestivo e nella misura necessaria. Ne è conseguito che diversi casi Covid si sono verificati durante il ricovero e, nonostante un corretto uso di dispositivi di protezione, ci sono stati contagi tra pazienti e nel personale infermieristico e medico. Ora la situazione è sotto controllo, perché il sistema diagnostico è rapido ed efficiente e il personale e una quota sempre maggiore di pazienti risulta vaccinata. Il fatto che pazienti ricoverati con disturbi neurologici si dimostrassero dopo qualche giorno Covid positivi, talora anche senza sintomi propri del quadro tipico dell’infezione, (febbre, disturbi respiratori), ci ha consentito di alimentare l’ipotesi che il virus avesse un tropismo spiccato per il sistema nervoso e che potesse essere la causa diretta di alcuni dei quadri clinici. In pratica da quel momento, di fronte ad un ictus, una neuropatia acuta o una crisi epilettica di nuova insorgenza bisognava considerare anche i Covid».

Tra l’altro Reggio Emilia è promotrice di una collaborazione europea per studiare gli effetti neurologici del Covid.

«L’Italia del nord è stata la prima area geografica europea interessata in modo importante dalla prima ondata. Già nelle prime settimane colleghi di altri centri europei con cui collaboriamo da tempo ci hanno contattato per conoscere la nostra esperienza. È nata così l’iniziativa di costituire, sotto il coordinamento della Società europea di neurologia, una task force che produce una serie di contributi scientifici e di linee di indirizzo sulla gestione delle patologie neurologiche durante la pandemia. È stato inoltre costituito un registro europeo, “Energy”, che ha l’obiettivo di raccogliere il maggio numero possibile di casi di Covid per studiare le manifestazioni neurologiche dell’infezione soprattutto nel lungo termine. Il nostro centro è stato tra i primi ad aderire all’iniziativa segnalano oltre 200 casi, poiché siamo assolutamente convinti che network e collaborazioni internazionali di questo tipo possano aiutare a comprendere meglio gli effetti del virus sul sistema nervoso».

Una ricca percentuale di pazienti colpiti dal Covid manifesta reazioni neurologiche come stato confusionale, vertigini, mal di testa, perdita dell’olfatto e del gusto.

«In fase acuta oltre il 40 per cento dei pazienti ha una sintomatologia neurologica, al di là della cefalea o stanchezza generale che si potrebbero giustificare con lo stato febbrile o le difficoltà respiratorie. I sintomi neurologici più comuni possono essere sia a carico del sistema nervoso periferico (neuropatie diffuse o isolate come la paralisi del nervo facciale, sofferenza muscolare con debolezza e mialgie, perdita dell’olfatto e del gusto), che del sistema nervoso centrale (ictus ischemico o emorragico, encefaliti con alterazioni della coscienza e crisi epilettiche, sindromi vertiginose, alterazioni cognitive e in particolare deficit di attenzione e memoria). Tutti questi elementi indicano uno spiccato tropismo di questo virus per il tessuto nervoso, le cui cellule presentano gli stessi recettori “Ace2” documentati a livello polmonare e che costituiscono il principale punto di attacco ed entrata del virus nei tessuti. Il Virus può indurre fenomeni infiammatori diretti, reazioni di tipo autoimmunitario, danno delle pareti vasali che assieme a iper-aggregazione piastrinica induce eventi trombotici e quindi ischemici. E ancora, liberazione di sostanze che innalzano la pressione favorendo emorragie aggravate da inibizione di alcuni fattori della coagulazione, alterazione di sodio, potassio e calcio. Inoltre lo stato ipossico conseguente alla insufficienza respiratoria si ripercuote in modo spesso irreversibile sui neuroni».

E dopo la guarigione?

«Dopo la fase acuta, anche a fronte di un’evoluzione favorevole senza esiti significativi, fino al 30 per cento dei pazienti possono avere disturbi cronici per molti mesi, talora ancora non risolti. Tra questi prevalgono cefalea, vertigini, rapido affaticamento muscolare, persistenza di disturbi di gusto e olfatto, disturbi del sonno notturno, difficoltà di concentrazione, depressione e disturbi ossessivo-compulsivi. Anche il ricovero in terapia intensiva, se particolarmente prolungato, mette a dura prova l’assetto neurovegetativo e psicologico delle persone».

La capacità del virus di danneggiare i neuroni può aumentare il rischio di contrarre patologie neurologiche, anche gravi?

«Il sistema sanitario sta giustamente concentrando tutte le sue energie nell’affrontare la fase acuta della malattia e la prevenzione di nuovi casi attraverso la vaccinazione. Un problema con cui cominciamo a confrontarci sono però le conseguenze a lungo temine, in gran parte neurologiche e comportamentali che richiederanno percorsi di monitoraggio e cura specifici. Il tessuto nervoso non ha capacità rigenerativa tranne che per alcune componenti della cellula, per cui deve mantenere le sue prestazioni per tutta la vita gestendo al meglio il patrimonio di cui è dotato alla nascita. La protezione verso la comparsa di malattie degenerative quali demenza, Parkinson e altre meno note dipende dalla cosiddetta “riserva funzionale”, ovvero quanto tessuto sano abbiamo a disposizione per sostenere le funzioni neurologiche a fronte dell’avanzare dell’età. È dimostrato che una vita sana in termini di alimentazione o controllo di fattori di rischio protegge questa riserva e ritarda la degenerazione cerebrale. Allo stesso modo una malattia grave, che coinvolge direttamente il sistema nervoso in uno stato di generale stress psico-fisico, anche se si esce apparentemente indenni, lascia la persona senza o con poca “riserva” sia verso eventi neurologici futuri che verso il normale invecchiamento. Non si può al momento affermare che il Covid provochi direttamente malattie neurologiche croniche ma sicuramente espone di più, soprattutto gli anziani e i più fragili, ai meccanismi che le provocano». —

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