Un 57enne alla sbarra per un’auto piena di liquido esplosivo

L’uomo sotto accusa in quanto ex possessore della vettura è stato assolto dopo l’arringa dell’avvocato D’Andrea 

Ambra Prati

REGGIO EMILIA. Un’auto piena di liquido esplosivo e uno strano vai e vieni di persone con accento meridionale nel garage di una palazzina. Questo il quadro che ha portato alla sbarra un uomo di 57 anni, operaio di origini casertane e residente a Reggio per il reato di detenzione di materiale esplodente. Il processo si è concluso con un’assoluzione.


I fatti risalgono al 2018 quando i residenti di un grande complesso condominiale in Largo Gerra, al Foro Boario, hanno notato un via e vai sospetto di persone con accento meridionale che confabulavano e trasportavano taniche; sconosciuti che, a ogni ora del giorno e della notte, facevano la spola in un garage, lasciato aperto, dove si trovava un’auto abbandonata. I residenti hanno avvisato la polizia e gli agenti, una volta giunti sul posto, hanno scoperto che quell’utilitaria era carica di taniche. Gli agenti sono riusciti a risalire al proprietario dell’auto, il 57enne. Quest’ultimo ha fornito la sua versione dei fatti: secondo l’imputato due mesi prima, mentre percorreva in auto la via Emilia insieme al figlio (del tutto estraneo) l’auto, un vecchio modello, lo ha lasciato in panne nelle vicinanze dell’ex Marabù. Dal momento che l’auto gli dava sempre dei problemi, ha pensato che fosse inutile farla riparare. Quindi avrebbe lasciato il veicolo in un piccolo parcheggio e si sarebbe fatto venire a prendere dalla sua compagna, ripromettendosi di rimuovere il mezzo nei giorni successivi. Il 57enne ha poi raccontato di avere incaricato un rottamatore della provincia di Modena (del quale non ha saputo indicare il nome) di recuperare l’auto per poi disinteressarsene, recandosi al Pra di Reggio per cancellare la targa.

L’auto scomparsa è poi riapparsa nei sotterranei delle palazzine, secondo l’imputato a sua insaputa. Il pm Valentina Salvi aveva ottenuto il rinvio a giudizio per l’articolo 435 del codice penale: quest’ultimo recita che «chiunque, al fine di attentare la pubblica incolumità, fabbrica, acquista o detiene dinamite o altre sostanze tossiche o infiammabili» è punibile «con la reclusione da uno a cinque anni». In base alla relazione della questura e alla perizia effettuata sulla sostanza i vapori avrebbero potuto causare, a contatto con l’aria, una vera e propria esplosione in un’area popolosa; sarebbe bastata una scintilla per provocare una tragedia. Perciò, nel dibattimento conclusosi la scorsa settimana, il pm onorario ha chiesto una condanna a cinque mesi. L’avvocato difensore Ernesto D’Andrea ha invece smontato il presupposto della Procura sostenendo che la legge richiede il dolo specifico (occorre dimostrare che la potenziale bomba è finalizzata ad attentare alla pubblica incolumità), in questo caso assente; inoltre nessuno ha visto l’imputato vicino al garage, nonostante i tentativi della polizia. Il legale ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e il giudice monocratico Simone Medioli Devoto ha accolto in toto la tesi difensiva. —

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