«Banche in montagna: un caso da trattare a livello nazionale»

La sede di Unicredit a Bisana

Vetasso, Bargiacchi rileva la «contraddizione tra l’impiego di significative risorse pubbliche  per attrarre l’insediamento di ipotetici nuovi abitanti e la riduzione dei servizi»

VENTASSO. «Il problema degli sportelli bancari non è un problema locale del Comune di Ventasso, ma deve assurgere ed assumere la dignità di problema regionale o nazionale, come parametro indicativo della vivibilità sostenibile nei territori montani». Chiede un allargamento del discorso alla tenuta delle zone montane, il capogruppo di opposizione del Comune di Ventasso Paolo Bargiacchi, dopo la notizia della prossima chiusura della filiale Unicredit di Busana, la seconda annunciata in pochi mesi dopo quella del Banco Popolare a Ligonchio.

In entrambi i casi, si tratta degli unici sportelli presenti nei paesi; un problema non da poco per gli abitanti, anche considerando l’età media avanzata di molti residenti, poco abituati ad utilizzare le alternative informatiche. L’addio delle banche è un segnale delle fragilità del Crinale, non solo reggiano, e l’anno di digitalizzazioni obbligate ha spinto gli istituti a tagliare i punti periferici, accorpando tutto sui paesi più popolosi. L’unico modo per arginare i problemi, per Bargiacchi, è allargare il discorso, giocando a livello più grande, per «spalmare il problema nei più vasti orizzonti della politica economica, demografica e ambientale del territorio provinciale e regionale». Nei mesi in cui si incentivano gli insediamenti in montagna, chiede, «come è possibile che non si comprenda e non si colga la profonda, incompatibile contraddizione esistente tra l’impiego di significative risorse pubbliche per attrarre l’insediamento di ipotetici nuovi abitanti senza battersi con costanza e vigore contro la sistematica, incessante, addirittura inevitabile sul piano economico-funzionale, riduzione dei servizi esistenti?».

Nel concreto, bisogna che «la classe politica di questo territorio, vecchia e nuova, si dia il preciso e ineludibile compito di costruire, organizzare, promuovere una politica del territorio che riservi alla montagna sia i servizi che si è conquistata negli scorsi decenni, sia quelli nuovi e diversi (ad esesempio digitale e banda ultra-larga, il cui completamento viene continuamente rinviato sine die ) che i tempi attuali propongono , indipendentemente dal gretto ed erroneo calcolo della convenienza economica o funzionale, misurata sul territorio montanaro».



Per Bargiacchi, «non è adeguando e migliorando gli edifici delle varie municipalità o la quinta sede per il nuovo Comune, e mettendo a disposizione supporti economici a pioggia o mirati ad attività turistiche, che si dà una sterzata allo sfavorevole andazzo, se poi le risorse non sono raccolte o impiegate o accompagnate da iniziative di tutela e salvaguardia dell’esistente, maturato negli anni come condizione di sopravvivenza». Il tempo per agire, avverte, è poco: «Il “cambio di passo” deve avvenire subito con le attuali o future maggioranze, e nella consapevolezza diffusa ed accettata che così come va adesso non va, non serve, finisce per rappresentare uno spreco di risorse e di energie». Il rischio è di generare solo delusioni, motivate dai tanti problemi: «Non è un caso che il più alto indice di vitalità della montagna è costituito dai comitati costituiti talvolta per battaglie opportune e sacrosante, e talvolta per incanalare e raccogliere timori e paure alimentate dalla diffidenza di molti verso gli attuali governanti», fa presente Bargiacchi. A questo proposito, una chiamata arriva al sindaco Antonio Manari, oggi anche «presidente dell’Unione Montana e unico sindaco della montagna consigliere provinciale con delega, appunto, allo sviluppo del territorio montano».