Grimilde, nel mirino un prestito a usura del 252% annuo a marito e moglie

Le prove trovate nella cassaforte di Silipo, già condannato Per le difese Costi e Cagossi ignari della ditta “cravattata”

Tiziano Soresina

reggio emilia. Prime testimonianze nel processo legato all’operazione antimafia Grimilde della Dda di Bologna. E le deposizioni (fra finanzieri e carabinieri) si sono incentrate su una specifica imputazione di usura con l’aggravante mafiosa (collocata dagli inquirenti fra il febbraio 2013 e il marzo 2014) che vede accusate tre persone: Antonio Silipo (già condannato con rito abbreviato a Bologna nel primo grado, inoltre nel carcerde dell’Aquila sta scontando la pena definitiva di Aemilia), Omar Costi (reggiano 46enne, agli arresti domiciliari) e Luigi Cagossi (69enne che vive a Reggio Emilia, è libero).


Come ricostruito ieri mattina in aula da un luogotenente della Finanza, tutto era partito da una denuncia che innescò una serie di intercettazioni da cui «emersero pressanti richieste di denaro verso varie persone».

Sulla base di quelle frasi captate avveniva a Cadelbosco Sopra la perquisizione del 7 aprile 2014 culminata con l’arresto di Antonio Silipo: nella cassaforte che ha in camera da letto i finanzieri trovano una cartellina verde in cui è conservata la documentazione rivelatrice dell’ipotesi investigativa («Fotocopie di cambiali e di assegni bancari e circolari con diversi nomi: erano dazioni di danaro delle vittime»). Spunta così la pressione a cui sono sottoposti i due coniugi d’origine calabrese titolari di una ditta edile. Con l’azienda in estrema difficoltà, marito e moglie avevano chiesto un prestito di 50mila euro a Silipo, dovendo però restituire nel giro di un anno – fra contanti e assegni – 83.900 euro, cioè con l’applicazione di un interesse usurario del 21% (circa il 252% annuo). Insistenti le telefonate di Silipo alla coppia per sollecitare i pagamenti, facendo balenare l’intervento ’ndranghetista («Da là in poi ve la vedete direttamente con loro, ve la vedete, perché poi io giustamente mi sono stufato di prendere cazziatoni»). Come racconta, in aula, il finanziere, relativamente ai coniugi sotto usura, venne prima convocato lui in caserma, poi lei che fece denuncia: «Appariva estremamente preoccupata sia per le sue difficoltà economiche, sia per altre vicende di cui era oggetto». Anche la figlia della coppia emise nel 2013 due assegni (da 7 mila e 6.500 euro) «perché i genitori erano in difficoltà». Fra l’altro l’imprenditore aveva dato tre assegni a Silipo come garanzia del prestito e nella cassaforte venne trovata la denuncia di smarrimento proprio di quei tre titoli di credito presentata ad arte ai carabinieri di Traversetolo su “consiglio” dello stesso Silipo.

L’accusa infila in questa vicenda altre due persone. Omar Costi come legale rappresentante della ditta “Trasforma srl” (effettivamente operativa) aveva effettuato versamenti per 50mila euro (4 assegni e un bonifico) a favore dell’azienda edile “cravattata”. Per i difensori Vincenzo Belli e Chiara Carletti il loro assistito non sapeva che ci fosse dietro una storia di usura da parte di Silipo. Il teste della Finanza – su precisa domanda – specifica che dalle intercettazioni non emergono rapporti fra Costi e Silipo su questa vicenda, inoltre non risulta «che Costi abbia avuto ritorni economici». Poi c’è la posizione di Luigi Cagossi che per la pm Beatrice Ronchi ha emesso fatture (con la sua azienda “La Cavalleria srl”) per operazioni inesistenti “esclusivamente volte a documentare un credito» nei confronti della ditta sotto scacco. Il finanziere inquadra l’azienda di Cagossi come una “cartiera”, con nessuna operatività e solo dedita alla falsa fatturazione, ma con una precisazione, sollecitata dall’avvocato difensore Claudio Mignone: «Quella ditta veniva gestita totalmente da Silipo, era lui che incaricava Cagossi di andare dal commercialista e di operare sui conti bancari». —

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