«Punti nascita da riaprire con tutti i requisiti necessari»

Le Cicogne dopo la morte di un bimbo nel Modenese. Varie associazioni dei medici: «Da chiudere subito i servizi attivi con meno di 500 parti l’anno»

CASTELNOVO MONTI. Si inserisce inevitabilmente nel dibattito sulla riapertura dei punti nascita di Castelnovo Monti, ma anche Pavullo (Modena) e Borgotaro (Parma) la notizia di un bimbo nato sull’Appennino modenese e morto due giorni fa per complicazioni all’ospedale di Sassuolo. E proprio nel giorno nel quale i medici tornano a farsi sentire suggerendo «prudenza» al presidente della Regione, Stefano Bonaccini, sulla riapertura dei punti nascita.

Sul tema interviene la portavoce del Comitato Salviamo le Cicogne, Nadia Vassallo: «Potremmo polemizzare dicendo che il modello che vogliono “loro” non protegge a sufficienza “la diade madre-neonato” – afferma – mentre i nostri punti nascita di montagna han salvato tante vite di madri e bambini. Ma questo modo di ragionare basato sull’incutere paura non ci appartiene. Ci focalizziamo invece sul fatto che per quanto tragico sia l’evento, il livello di sicurezza dei parti in Italia è ai primi posti nel mondo, e lo era anche e soprattutto quando erano aperti i punti nascita in montagna. Prova ne è la Toscana che, con 4 punti nascita con meno di 500 parti aperti in deroga (2 in montagna e 1 in un’isola, ndr), ha zero mortalità perinatale evitabile, contro l’11% della Lombardia e il 38% della Sicilia. E la mortalità perinatale totale della Toscana risulta così del 2,4‰ contro il 4‰ della media italiana».


«Al di là della volgarizzazione arrogante che le sigle mediche si concedono – prosegue – è giusto ricordare che i nostri punti nascita emiliani di montagna erano sicuri come lo sono quelli della pianura, perché rispettavano gli standard tecnici e professionali richiesti dalla normativa italiana. Sia chiaro a tutti: la riapertura che ci attendiamo non può essere giocata al ribasso sulla pelle delle donne e dei bambini. I 4 punti nascita che la Regione vuole riaprire in montagna devono rispettare i pre-requisiti previsti dalla normativa per i punti nascita di primo livello. La legge italiana prevede che i punti nascita che forniscono assistenza in territori difficili operino in deroga al numero minimo dei 500 parti e non sono tenuti al conseguimento degli obiettivi di riduzione dei tagli cesarei». E conclude: «Noi ci aspettiamo quindi che la strada scelta dalla Regione per riaprire i punti nascita della montagna emiliana attraverso l’istituto speciale di un protocollo sperimentale sia aderente alla normativa dei punti nascita di 1° livello, al fine di poter richiedere successivamente un nuovo parere ministeriale e acquisire così, in via definitiva, la piena titolarità dell’attività, svincolata da soglie numeriche».

Di parere decisamente diverso i medici. « Prudenza» è quella che chiedono numerose associazioni professionali mediche, dopo che Bonaccini ha detto di volere riaprire i punti nascita dell’Appennino. Una nota unitaria sul tema arriva da Società italiana di neonatologia (Sin), Società italiana di pediatria (Sip), Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), Associazione ginecologi universitari italiani (Agui), Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri (Aogoi) e Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Saarti). «Ci vediamo costrette – affermano le associazioni, che già si erano espresse per la chiusura dei punti nascite appenninici, prima che questa avvenisse – a ribadire la posizione già espressa più volte in passato, con l’unico obiettivo di tutelare la diade madre-neonato. I professionisti dell’area perinatologica invitano alla prudenza nelle decisioni di riapertura di quelle strutture che non presentano i requisiti minimi tecnico-organizzativi per garantire le condizioni di sicurezza alla nascita, in un paese già così segnato dalla denatalità e in cui va messo in campo ogni sforzo per garantire la salute e talora la vita dei neonati e delle loro mamme, e non certo per metterle a rischio».

«Nel 2019, in Emilia-Romagna, si sono registrati 31.123 parti (31.600 neonati). Il 66,3% di questi è avvenuto nei 9 punti nascita, su 23 attivi in regione, dotati di Unità di terapia intensiva neonatale, mentre i punti nascita con meno di 500 parti/anno sono 5 ed hanno assistito il 5,4% dei parti . L’attuale emergenza sanitaria ha aggravato e posto in grande evidenza la allarmante carenza di personale medico qualificato, già più volte denunciata negli ultimi anni, sia a livello nazionale che territoriale. Mancano attualmente in Emilia-Romagna i medici anestesisti-rianimatori, i ginecologi, gli ostetrici, i neonatologi e i pediatri in grado di coprire adeguatamente i 23 Punti Nascita della regione. Piuttosto che discutere su eventuali riaperture Concludono – sempre in attuazione dell’accordo Stato- Regioni del 2010 e come ribadito dalla comunità scientifica dell’area perinatologica, bisognerebbe chiudere quei punti nascita attivi con meno di 500 parti l’anno, che non rispettano i parametri e i requisiti indicati a livello nazionale come garanzia di sicurezza delle cure». Le associazioni mediche hanno inoltrato le loro osservazioni anche al ministro Speranza. —

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