Fa sparire i soldi dalla ditta di mamma e fratelli

Alla sbarra un 42enne titolare di un'azienda agricola. I parenti sostengono che si sia appropriato di 72mila euro della società

GUALTIERI. A trascinare un 42enne alla sbarra con l’accusa di appropriazione indebita sono stati i parenti più stretti: la madre, la sorella e il fratello. Alla base della controversia finita in tribunale, un ammanco di 77mila euro dall’impresa di famiglia. L’attività a conduzione familiare, con sede a Gualtieri, era un’azienda agricola.

Ad inizio 2018, poiché i prelievi erano maggiori delle entrate, l’impresa è stata messa in liquidazione. Secondo la madre di 64 anni, nonché la figlia e l’altro figlio, le difficoltà economiche sono iniziate nel 2016 quando si è scoperto un ammanco consistente di cui è accusato il figlio 42enne. Da qui la denuncia della dona nei confronti del figlio, accusato di appropriazione indebita con le aggravanti «di avere, a scopo di lucro, offeso il patrimonio cagionando alle persone offese dal reato (cioè i suo parenti stretti, ndr) un danno patrimoniale di rilevante gravità commettendo il fatto con abuso di relazione d’ufficio».


La prima aggravante si riferisce all’ingente danno che causò la chiusura della ditta, la seconda aggravante consisterebbe nell’aver abusato del ruolo di socio, con libertà di manovra sui conti. Secondo i familiari, rappresentati dall’avvocato Ilaria Bartoli (sostituita in aula dal collega Alessio Benassi), il 42enne avrebbe aperto al Banco Emiliano, filiale di Gualtieri, un conto corrente che lo vedeva come unico soggetto qualificato ad operarvi. E, senza aver informato la legale rappresentante (la madre) e i soci (fratello e sorella), tramite quel conto avrebbe eseguito in pochi mesi undici prelievi e altrettanti versamenti a favore della convivente.

I familiari sostengono che il 42enne si sia appropriato di quei soldi per fini personali e a loro insaputa, senza autorizzazione. Nel capo d’imputazione sono stati ricostruiti i movimenti bancari: nel periodo compreso tra il 13 luglio e il 31 ottobre 2016 sarebbero transitati da quella filiale, per essere riversati, bonifici da 5mila, 7mila, 10mila per volta, fino alla cifra di 77.300 euro. Da parte sua, l’imputato, difeso dall’avvocato Marcello Fornaciari, ha negato con forza ogni addebito. Secondo la sua versione, l’azienda svolgeva due diverse attività, una di rivendita di prodotti per l’agricoltura e una relativa alle lavorazioni, quest’ultima gestita da lui, che non avrebbe sottratto alcunché ma si sarebbe limitato a prelevare dalla società quel che era il provento del proprio lavoro. Causa rinvii per Covid, il processo è iniziato ad aprile 2020 e l’istruttoria si è avviata giovedì scorso in tribunale. Nella prima udienza, davanti al giudice monocratico Silvia Semprini sono stati sentiti i testimoni dell’accusa (pm titolare Isabella Chiesi) che hanno dichiarato di essersi accorti dell’ammanco solo in seguito e hanno confermato che l’azienda svolgeva due distinte attività, una in mano al 42enne. Sul “buco” hanno deposto il commercialista e il liquidatore della società, che però si sono limitati ai riscontri contabili e non sono stati in grado di riferire le ragioni perché non conoscevano gli accordi tra i soci. Il liquidatore ha aggiunto che nel corso della procedura di liquidazione il 42enne ha rimborsato alla società parte della somma perché, a suo avviso, non era dovuta per intero. A complicare il quadro, di per sé contorto, si aggiunge una causa civile per questioni ereditarie che corre in parallelo al processo penale. Sul civile le parti potrebbero arrivare ad una transazione, ma il penale proseguirà in ogni caso. —

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