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Alluvione di Lentigione, il pm Forte chiede il rinvio a giudizio dei tre imputati

Per l’accusa l’esondazione dell’Enza fu causata da cattiva manutenzione e una “corda molle”. La difesa: «Atti inutilizzabili»

BRESCELLO. Ha svoltato e non poco ieri – rispetto alle previsioni – l’udienza preliminare sul delicatissimo caso dell’alluvione di Lentigione del 12 dicembre 2017: il torrente Enza straripò inondando alle prime luci dell’alba la frazione brescellese, causando 1.157 sfollati e milioni di euro di danni.

Al culmine di una requisitoria durata circa venti minuti, il pm Giacomo Forte ha chiesto al gup Luca Ramponi il rinvio a giudizio dei tre imputati, accusati di inondazione colposa in concorso. Tre imputati ieri presenti in aula. Sono dipendenti di Aipo, cioè i dirigenti Mirella Vergnani (difesa dall’avvocato bolognese Paolo Trombetti) e Massimo Valente (tutelato dall’avvocato nonché docente universitario modenese Giulio Garuti), nonché il tecnico Luca Zilli (difeso dall’avvocato parmigiano Amerigo Ghiradi). Secondo il pm Forte – titolare dell’inchiesta – sono state due le cause all’origine dell’esondazione. In primo luogo il malfunzionamento delle due casse di espansione di Montecchio-Montechiarugolo, progettate nel 1975, cruciali nel tenere sotto controllo l’Enza. Si tratta della prima “barriera” idraulica, una zona di raccolta che ha lo scopo di trattenere l’acqua proveniente dall’Appennino prima che raggiunga la Bassa. Il 12 dicembre 2017 ci fu un’anomalia nel funzionamento del sistema idraulico, a causa – secondo l’inchiesta – dei detriti accumulatisi negli anni e della presenza di una folta vegetazione, nonché dovuta alla cattiva manutenzione dell’opera stessa. Le casse vennero sottoposte a manutenzione il giorno seguente all’esondazione. Mentre – ritengono gli investigatori sulla base delle perizie – se fosse stata eseguita una corretta manutenzione, il livello del torrente non avrebbe raggiunto nella Bassa quella quota che ha provocato l’esondazione. Il secondo problema riguarda la cosiddetta “corda molle”: così viene chiamato, in gergo, il tratto dell’argine dove c’è un avvallamento. Si tratta di un punto che era più basso e secondo chi indaga il fatto era noto. Lì si è verificata prima l’esondazione, quindi la rottura. La ricostruzione successiva ha risolto quella anomalia. Secondo le indagini si sarebbe dovuto provvedere a rinforzarlo con dei sacchetti («Sarebbero bastate due file in quel punto») e a monitorarlo a mano a mano. Le difese replicheranno nella prossima udienza, ma l’avvocato Garuti (che tutela Valente) ha già sollevato un’eccezione: «Per un anno e mezzo – spiega, al termine, Garuti ai cronisti – il pm Forte ha fatto accertamenti ma senza iscrivere nel registro degli indagati gli attuali imputati, sebbene dagli atti emergesse già che fossero loro. L’iscrizione è scattata solo nel giugno 2019: noi riteniamo che tutti gli atti compiuti fino a quella data non siano utilizzabili». —


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