Pestaggio del clan in cella, la vittima: solo una caduta

Ricostruita in udienza la spedizione punitiva alla Dozza ordinata nel 2016

Enrico Lorenzo Tidona

REGGIO EMILIA. «Sono salito sopra il tavolo per pulire le ceste, ho perso l’equilibrio e sono caduto, sbattendo contro il muro, con le ceste che mi cadevano in faccia». Quando un agente della polizia penitenziaria lo ha trovato con il volto tumefatto, lo “spesino” Francesco Madonna ha raccontato la rocambolesca caduta, rimediando una visita nell’infermeria del carcere della Dozza. Il fatto era però avvenuto il giorno prima, quando cioè la Dda di Bologna ipotizza una spedizione punitiva ai danni dello “spesino” (detenuto che si occupa della spesa per gli altri detenuti), ordinata nel marzo 2015 nel carcere bolognese per una mancanza di rispetto. Uno sgarro mal digerito da due imputati legati ad Aemilia, Gianluigi Sarcone e Sergio Bolognino (collegati ieri dal carcere), fratelli dei più noti Nicolino e Michele, dai quali presero le redini del clan emiliano, come dimostrerebbe la spedizione punitiva ricostruita ieri nel dettaglio dal tenente colonnello del Ros dei carabinieri, Goffredo Rossi, che nel 2017 svolse le indagini dopo le rivelazioni sul pestaggio in carcere e altri reati avvenuti dentro la Dozza, che portò all’inchiesta Reticolo, costola del processo Aemilia. Nell’aula Assise di Reggio Emilia ieri si è svolta quindi la seconda udienza del processo che vede a processo anche i campani Andrea Palummo (libero e assente ieri) e Mario Temperato (collegato dal carcere), considerati vicini alla camorra e autori del pestaggio su richiesta di Sarcone e Bolognino. «Il mio compito era quello di verificare l’attendibilità delle dichiarazioni fatte sul pestaggio da parte del collaboratore di giustizia Giglio - ha spiegato il colonnello Rossi incalzato dal sostituto procuratore Beatrice Ronchi - Eravamo partiti da quelle ma non avevamo altro in mano non essendo mai stati denunciati quei reati». A distanza di oltre un anno, quindi, il Ros indaga e scopre che lo “spesino” era effettivamente finito infermeria nel periodo indicato da Giglio, quando cioè le seconde file degli indagati di Aemilia erano alla Dozza, mentre i capi erano ristretti al carcere duro. «Ricordo alla corte che Gianluigi Sarcone ha dichiarato di dissociarsi dalla cosca emiliana fino al 2015, ma le sentenze parlano di un legame che supera il 2015», ricorda Ronchi rivolta al presidente Giovanni Ghini, al quale Sarcone si era poco prima rivolto chiedendogli di intercedere per evitare di farlo spostare da un carcere sardo all’altro: «Non sono in condizioni: ho problemi con la schiena e non credo che vada bene con il Covid». Ghini non ha competenza in merito ma fa ritirare la Corte vista l’opposizione delle difese sull’acquisizione dei tabulati telefonici direttamente dai gestori. Questo in forza delle modifiche che stanno cambiando la possibilità di utilizzo, spada di Damocle per molte inchieste. Per la Corte si prosegue con le deposizioni, valutandone successivamente la validità. Rossi, con la sua testimonianza, traccia la disposizione degli imputati nelle celle della sezione alta sicurezza al terzo piano del carcere. «Nelle note di servizio dei giorni successivi al pestaggio, lo “spesino” non partecipava più ai momenti di socialità» dice il carabinieri alla Corte: «Dal 15 al 18 e altri giorni successivi è rimasto in cella mentre gli imputati invece partecipavano a questi momenti». Segno, per l’accusa che contesta violenza privata e lesioni, che il pestaggio c’era stato e a dimostrazione della supremazia riconosciuta agli ’ndranghetisti da parte di detenuti legati alla camorra. —


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