«Mi sono fermato ma era troppo buio e non ho visto la bici né il corpo nel fosso»

Il ritrovamente del corspo del bengalese 45enne Abbas Uddin, centrato e scaraventato nel fosso via Marconi, a Caprara.

Campegine, interrogato ieri il 34enne accusato di omicidio stradale. Il giudice ha disposto la revoca degli arresti domiciliari

CAMPEGINE. Si è detto rammaricato per la sua morte, ma ha ribadito che è anche colpa del ciclista, perché era senza giubbetto catarifrangente e luce. Ha giurato di essersi fermato, ma che era talmente buio lì da non aver visto né la bici finita sul campo, né il corpo della vittima dentro il fosso. Ha pensato di avere investito un animale. Ha in pratica respinto ogni responsabilità, Nicola Ferrante, il cameriere 34enne che la sera del 13 febbraio scorso, quando era alla guida di un’auto non assicurata, ha investito e causato la morte del bengalese 45enne Abbas Uddin, centrato e scaraventato nel fosso mentre percorreva in bicicletta via Marconi, nelle campagne di Caprara.

Nino Ruffini, avvocato difensore di Nicola Ferrante


Un investimento inizialmente senza colpevole, visto che Ferrante ha proseguito la marcia. Poi è stato trovato e arrestato dai carabinieri. Ieri c’è stato l’interrogatorio di garanzia dopo il suo arresto, avvenuto dopo un mese di serrate indagini da parte dei militari, che stavano cercando il pirata della strada fuggito dopo l’incidente mortale. Ferrante ha respinto l’accusa, dicendo al giudice di non avere nulla da nascondere. Il gup Andrea Rat per ora gli ha revocato gli arresti domiciliari, trasformati in obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria, non essendoci più pericoli come la fuga o l’inquinamento delle prove.

Oltre al rammarico mostrato in udienza per la vittima, l’indagato per omicidio stradale e omissione di soccorso ha ribadito con il suo legale, Nino Ruffini, che il punto dello scontro sarebbe scarsamente illuminato. «Quando ho sentito l’urto mi sono fermato» ha detto Ferrante al giudice, affermando poi di aver immediatamente ispezionato la macchina ma di non aver visto nulla attorno. Soprattutto il corpo della vittima, per la quale c’è l’ipotesi che la morte sia stata causata non solo dai traumi, ma anche dall’asfissia per annegamento. La tesi difensiva è che sarebbe stato rispettato sia l’obbligo di fermata che di soccorso, salvo non aver potuto effettuare il salvataggio perché, secondo l’indagato, non c’era nessuno. Inoltre, secondo la difesa, sarebbe invece imputabile il comportamento del ciclista «che procedeva senza luce, vestito di scuro e senza giubbotto catarifrangente» spiega l’avvocato Ruffini.

Non si tratterebbe infine di un tamponamento, visto che l’auto è ammaccata sul lato destro. «Salvo il dispiacere sul lato umano, respingiamo la responsabilità processuale del mio assistito» ha detto l’avvocato Ruffini. Diversi ancora i punti non chiari che saranno poi oggetto di ulteriori valutazioni, come ad esempio la mancata presentazione ai carabinieri del cameriere dopo che la notizia della fuga, seguita all’investimento mortale, era diventata di dominio pubblico su mezzi di informazione e social.