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Reggio Emilia, il fotografo Stefano Rossi: «Sono guarito dal Covid ma non sottovalutatelo: mi manca ancora il fiato»

Il fotografo reggiano racconta la sua lunga lotta contro il virus: «Non pensi mai che capiti a te. La polmonite lascia cicatrici, non è un gioco»

REGGIO EMILIA. «Finalmente sono tornato a casa dall’ospedale. Ora respiro senza ossigeno, ma la riabilitazione è lunga e ho tuttora il fiato corto». Stefano Rossi, 58 anni, è in convalescenza dopo aver contratto il Covid un mese fa.

Rossi è conosciutissimo in città per la sua professione di fotografo per la stampa locale (per la Gazzetta di Reggio dal 1981 e in seguito, per trent’anni, per Il resto del Carlino Reggio). Insieme al collega Marco Moratti gestisce lo storico negozio “Foto studio Artioli” di via Emilia San Pietro 9, oltre a essere stato candidato (non eletto) nella lista Più Europa alle ultime elezioni regionali. Il 25 febbraio scorso, dopo aver accusato una persistente lieve febbre, Rossi è risultato positivo al Covid.


«In seguito si è appurato che anche mia moglie, già negativa, è stata infettata ma lei ha passato la malattia senza sintomi – racconta –. Non ho idea di come possa aver contratto il virus né quale variante mi abbia colpito. Per lavoro sono sempre in giro perciò credo che non lo saprò mai».

Durante la quarantena le condizioni del fotografo si sono aggravate: «Ho trascorso dieci giorni chiuso in casa con la febbre a 39 assumendo Tachipirina, cortisone, Paracodina senza risultati. A fronte di un quadro clinico peggiorato, sono stato trasportato al pronto soccorso del Santa Maria Nuova. Lì hanno deciso di ricoverarmi all’ospedale civile di Guastalla. Al mio arrivo è stata ventilata l’eventualità di un ricovero in semintensiva e devo ammettere che ho avuto brutte sensazioni. Invece sono stato assegnato al reparto Covid Medicina, dove mi è stato somministrato cortisone, antibiotico, gocce per la tosse e prelievi del sangue ogni giorno per le analisi».

Qui ha trascorso «otto giorni attaccato alla bombola dell’ossigeno. Alla fine sono riuscito a respirare in autonomia e sono stato dimesso il 15 marzo». Rossi ha voluto anzitutto ringraziare «i medici e gli infermieri di Guastalla, ottimi professionisti dall’approccio umano. Troverò il modo di dimostrare la mia gratitudine in modo tangibile al personale che ha curato me e i miei due compagni di stanza, per fortuna tutti dimessi. Un grazie anche a don Francesco Avanzi, parroco di Reggiolo, che si sottoponeva a lunghe vestizioni per fare visita a noi malati. Straordinario».

Per il convalescente la clausura in casa prosegue tuttora. «Adesso percepisco odori e sapori e il respiro è buono, ma appena mi muovo sento il fiato corto. Poiché ho trascorso molto tempo a letto per la riabilitazione muscolare e polmonare i medici prescrivono degli esercizi di ginnastica e la prova del fiato. Si prende una bottiglietta, si riempie a metà di acqua, si fa un buco attraverso il tappo, si infila una cannuccia e si soffia. Il risultato, per quanto mi riguarda, non è ancora esaltante. Non pensavo che il recupero fosse così lungo».

A settembre si sottoporrà a una visita pneumologica per verificare lo stato dei polmoni: «La polmonite non è uno scherzo, lascia delle cicatrici». Ora che il peggio è passato il fotografo riflette: «Non ho mai smesso di lavorare da marzo dell’anno scorso ed è sempre andata bene: non pensi mai che possa capitare a te. A chi sottovaluta il Covid dico che la massima protezione è necessaria e che il vaccino è fondamentale per qualsiasi età. Sono pronto a riprendere una vita normale, è l’augurio che rivolgo a tutti».