Il regalo di Vittorio, l'uomo gentile sopravvissuto a Mauthausen

Un gruppo di deportati a Mauthausen

Il regalo consiste nella storia della sua vita che l'anziano, 95 anni appena compiuti, ha raccontato ad Alessandro Gianotti. I due si sono incontrati casualmente a Novellara e hanno iniziato a parlare. Ne è nato un racconto che qui pubblichiamo

REGGIO EMILIA. Alessandro Gianotti ha 37 anni, si è da poco trasferito a Novellara, dove lavora come responsabile della filiale dell’agenzia di lavoro Archimede. Qualche giorno fa in paese ha incontrato un anziano signore che gli ha regalato una storia incredibile, la sua. Alessandro era così affascinato dalle parole dell’uomo da non avergli neppure chiesto il nome. Così l’ha cercato ancora e ancora, pubblicando anche sul gruppo facebook “Sei di Novellara se” un appello per ritrovarlo. Alla fine ci è riuscito. Il primo incontro era avvenuto su una panchina, con Alessandro che fremeva perché doveva rientrare a lavoro ed era in ritardo. La seconda volta che ha incontrato l’anziano è stata sotto i portici del centro. Non aveva più fretta. Da questa esperienza è nato il racconto che pubblichiamo.

Alessandro Gianotti

Qualche giorno fa in pausa pranzo ho incontrato un uomo anziano. Il giorno dopo compiva 95 anni. Era seduto su una panchina come tanti vecchi che si scaldano le ossa al sole. “Bella giornata vero? Sa, domani è il mio compleanno”. E inizia a raccontarsi. Le piccole miserie e acciacchi di un uomo con tanti anni sulle spalle, ma con una mente lucida, presente, gentile. E si alza. Si alza in piedi come ci si alza quasi di scatto quando si è chiamati a testimoniare qualcosa di importante. “Sono stato a Mauthausen”. Non mi muovo e lo ascolto, un po' per rispetto un po' per curiosità. Mi racconta la sua incredibile storia che parte con una visita oculistica a Reggio Emilia, passa da Mauthausen e finisce con un ragazzo elegantemente vestito, un fiore in mano e il cuore che batte forte.

Lui si chiama Vittorio. La prima volta che mi ha raccontato la sua storia avevo tutta la pressione del tempo che scorreva e dell’avvicinarsi del fatidico inizio del lavoro. L’ho riportata sul mio profilo facebook scrivendola dopo una giornata di lavoro quindi mi ero dimenticato dei pezzi, magari alcuni li avevo capiti male, ho voluto rivederlo. È una storia affascinante, triste, ma con quella nota di gioia nel cuore che solo chi ha vissuto quegl’anni bui riesce a ricavare anche nelle notti più nere.

Oggi in pausa pranzo ho incontrato un uomo anziano. Domani compie 96 anni. Era lì seduto su una panchina come tanti...

Pubblicato da Alessandro Gianotti su Lunedì 15 marzo 2021

Quando l’ho rincontrato camminava sotto i portici della sua amata Novellara, non mi riconosce subito, poi: “Ma se vuoi te la racconto di nuovo la mia storia, sediamoci su quella panchina e ti racconto cosa han fatto quegli assassini dei nazisti, hai tempo? Te l’ho già raccontato dell’occhio? Sì? Beh partiamo da lì”. Già, partiamo dall’occhio.

Vittorio ha appena compiuto 17 anni, ha una fidanzatina, Mimi, che di anni ne ha 14. Lavora alla bottega del padre, che è fabbro. Mentre lo sta aiutando a tagliare una barra di ferro, una scheggia incandescente gli fora l’occhio. Vittorio va a Reggio Emilia per farsi visitare ma non c’è nulla da fare. L’occhio viene rimosso e sostituito con uno finto “talmente bello che non si vedeva la differenza”.

Poi arrivano i nazisti, lo portano via. Lui e suo fratello. Suo fratello faceva il militare e viene portato in un campo di stampo militare. Vittorio no. A causa dell’occhio viene portato a Mauthausen, perché lui è un civile. Perché a causa dell’occhio non aveva potuto fare il militare. Ed è questa la prima tessera del racconto, la prima tessera che cade e fa partire tutto. Un occhio ferito.

Vittorio è seduto al mio fianco, guarda per terra. Respira in maniera pesante, come un atleta prima dello sforzo, gli serve tutto l’ossigeno possibile. Incamera aria, quello che sta per ricordare, per dire, per testimoniare è pesante. Oscuro. Doloroso. “Avevo 17 anni, in quel campo vi ho passato 2 anni”. Di quel campo Vittorio ricorda tutto. La sua figura snella ed elegante nella giacca scozzese color crema trema un po’. Poi si calma. E con freddezza e lucidità inizia: tutto intorno c’era questa recinzione metallica, alta, infinitamente alta. Nel filo passava silenziosa l’elettricità e al mattino vi erano appesi i corpi di chi preferiva morire per una scossa che impazzire per la fame. Lavoravano 12 ore al giorno. E quando qualcuno rallentava, si fermava, erano frustate. Anche Vittorio ne ha ricevute. In quel campo ha lasciato 17 chili, volti amici e la sua giovinezza. Quando tornavano dal turno di lavoro, chi non era andato perché troppo stanco, non c’era più ad aspettarli. Vittorio ha l’occhio buono che diventa acquoso, ma non piange e continua: “Due anni, senza la possibilità di lavarsi. Ero pieno di pidocchi. Li avevo ovunque. Assassini, ci trattavano come se non valessimo nulla”. E poi la fame, sempre presente, che governava ogni pensiero, li costringeva a sentirsi vivi all’inferno.

Il campo di sterminio di Mauthausen

Un giorno una bomba cade poco distante dal campo aprendo uno squarcio nel perimetro del filo spinato. Vittorio scappa e si ritrova solo, scheletrico e seminudo per le strade della Polonia.

Di quel “viaggio” in Polonia Vittorio ha un ricordo fotografico, quasi diapositive viste in sequenza. Si ricorda delle strade affollate di uomini e militari che indietreggiavano perché il fronte degli alleati avanzava e quindi si ritiravano all’interno. Si ricorda di quell’esplosione e dei cavalli. Passa sulla sua testa un aereo. Un ordigno esplode a terra. Un carro che trasportava dei cavalli salta in aria, le bestie finiscono in un fiume poco distante. Tutti scappano, i cavalli urlano disperati. Ma rimangono lì a morire da soli. Lo spaventa ancora la scena: “Povere bestie”, dice. Trova una casacca insanguinata, poco meno di uno straccio, la indossa perché fa freddo ed era il meglio che poteva sperare di trovare. Nelle campagne polacche chiede carità alla gente, bussa in modo educato e sommesso alle porte. “Ero un miserabile, chiedevo solo l’elemosina. Ero uno scheletro non potevo far paura a nessuno. Ero messo come un derelitto. Bussavo e chiudendo le mani mi indicavo la bocca, non sapevo come si diceva, avevo fame. Una fame tremenda. Una volta ho trovato una famiglia tedesca, mi sguinzagliarono contro i cani”, si ferma. La rabbia e la rispolverata angoscia gli serrano la gola: “Mi hanno quasi sbranato. Ma non so come sono riuscito a cavarmela. Una famiglia polacca mi chiese se ero cristiano, cristian? Mi domandarono. Sì, sì, ho risposto. E così mi portarono in chiesa, mi son messo a pregare. Subito in italiano ma non potevano capirmi, quindi mi son sforzato e mi son ricordato una delle preghiere in latino che ci insegnavano da piccoli. In chiesa o al catechismo”. Siamo su quella panchina e mi accorgo di quante cose non so. E sorrido, Vittorio recita l’ave Maria in latino senza sbavature. Apre tutta la mano e con l’indice dell’altra si indica il polso: “Mi diedero un pezzo di pane così, dal polso alle punte delle dita. Era ammuffito, ma avevo fame. Me lo divorai. Però mi chiedo ancora perché non mi diedero del pane buono? Cosa gli costava? Dicevano di essere cristiani. Non insegna la carità il cristianesimo? Non è questo che ci insegna? Che carità è stata?”. Ed ecco che lì, nella piazza di un paese del reggiano, tutta la miseria umana dà mostra di sè.

Il viaggio di Vittorio viene interrotto nuovamente. Viene ripreso dai nazisti e imbarcato insieme ad altri disperati su delle barche striminzite dirette verso il porto di Danzica. Ma mentre erano nella notte, nel mezzo di un mare gelido, tutto si illumina a giorno. Dal cielo scendevano i bengala. “Sembrava di essere in pieno giorno – racconta – tutto intorno a me c’erano delle esplosioni. Mi son salvato solo perché mi son aggrappato con tutte le mie forze alla nave. Ero lì, con l’acqua che in continuazione mi rovinava addosso, e sentivo le urla. Non so come ho fatto, davvero. Era tutto illuminato a giorno”.

Quando tutto questo passa, Vittorio apre gli occhi. Son passate ore? Minuti? È importante saperlo? Si accorge che solo la sua imbarcazione galleggia ancora. Arrivati alla spiaggia, i nazisti incitano, minacciano, i sopravvissuti: devono scavare una buca dove ammassare i corpi di chi non ce l’ha fatta. “Erano tanti”, la voce gli torna a tremare e ancora una volta non cede: “Ho provato a protestare, non c’erano solo morti in mezzo ai corpi che ci facevano spostare. C’erano anche feriti. Ci minacciavano con i mitra, abbiamo scavato e abbiamo ricoperto tutto. Le mani… uscivano le mani o i piedi dalla sabbia… alcune si muovevano ancora”. La voce non ce la fa, trema: “Assassini”.

Insieme agli altri sopravvissuti viene a sua volta messo in una buca nella sabbia, di 4-5 metri di profondità. Tutt’intorno il filo spinato. Come viveri un pugno di farina al giorno e un piccolo rigagnolo d’acqua per abbeverarsi. Una mattina Vittorio guarda il mare e vede una nave: “Sai la vedevo in lontananza e non capivo. Man mano che si avvicinava la riconoscevo. Una volta le navi avevano un pennacchio, una canna fumaria dalla quale usciva il fumo. Ho riconosciuto che era una nave. Ma nel sole non la vedevo bene, aveva qualcosa di rosso, poi finalmente si avvicina. E sopra aveva la bandiera della Russia comunista. Tutta rossa e con falce e martello sopra”. La guerra è finita. I sopravvissuti si guardano, ridono e si abbracciano. I militari russi aiutano la gente ad uscire, lì intorno non è rimasto nessuno. Vi son le armi abbandonate dai nazisti ma nessuna traccia dei militari. I russi indicano una costruzione poco lontana, una caserma: “Ci dissero che c’era del cibo”. Vittorio fa per andare, è giovane e si muove meglio di altri: “Sarei stato tra i primi ad entrare, avevo una fame. Ma un uomo vicino a me non riusciva a muovere bene una gamba, mi chiese aiuto. Mi son fermato e l’ho preso sottobraccio e pian piano l’ho aiutato a raggiungere il casotto”. E, nella stessa piazza soleggiata di un paese della provincia reggiana, l’umanità mostra l’altro suo volto: la pietà. Un giovane affamato, stanco ma ancora in forze si ferma per aiutare un povero diavolo, poteva camminare svelto verso la promessa di un pasto e invece si ferma. “E’ stata la mia fortuna – dice Vittorio – perché dentro il casotto c’erano cinque nazisti armati, forse non sapevano della fine della guerra, forse erano degli esaltati, ma hanno fatto fuoco su quelli di noi che sono entrati. Ne ammazzarono tanti. Tutti quei disperati che volevano solo mangiare. Bestie. Assassini. Poi entrarono i militari russi, nel giro di un’ora era tutto finito”. Vittorio riesce a prendere tre mele, un uomo gli dice di andare con calma, non mangiare tutto. “Ma io avevo 17-18 anni – dice – non l’ho ascoltato, la fame era troppa, così son stato male tre giorni”. Si ferma di nuovo. Vittorio è un uomo anziano che porta con grazia e dignità i suoi demoni, ma risvegliarli ancora gli fa male. Guarda per terra un attimo, mi pianta il suo occhio buono addosso e ricomincia: “Il mio stomaco non era più abituato, tre mele. Aveva ragione, ma io non l’ho ascoltato. Ho sbagliato, ma avevo tanta fame”.

Vittorio viene caricato su un treno diretto in Russia. “Ci portarono in una vecchia scuola – racconta – in un punto indefinito tra Mosca e Kiev. Stavamo bene lì. Avevo da mangiare, ci son stato 6 mesi e ho preso 8 chili. C’erano i cuochi russi, poi noi italiani ci siamo proposti come cuochi. I russi hanno accettato di buon grado. Avevamo il cibo e delle docce. Docce un po’ rudimentali ma con l’acqua corrente e tutto il necessario. Io ero a capo di 10 persone, distribuivo i vestiti, ogni tanto arrivavano delle casacche militari dismesse e io le distribuivo”, sorride mentre racconta di quel periodo. “Prendevo i vestiti per ultimo – aggiunge – ero giovane e devo essere di una buona costituzione. Mi guardi, dopo tutto quello che è successo sono qui, cammino ancora bene. Mangio tutto non ho problemi a far nulla. Beh insomma facevo prima vestire chi ne aveva bisogno”.

L'appello di Gianotti su Facebook

Sei mesi dopo tutti i sopravvissuti vengono indirizzati al proprio paese. Vittorio prende la strada dell’Italia, fa una tappa a Verona e poi da lì in volata a Novellara. In treno abbraccia i suoi compaesani, fanno festa, si ritrovano. La guerra è finita. Arriva alla stazione di Novellara, e c’è tutto il paese. Lui guarda tra la folla, riconosce sua madre, i suoi cari. Li abbraccia. L’unica persona che non vede è la sua Mimi, che è rimasta nella sua camera. Allora Vittorio va a casa, mangia tutto quello che può, si lava con acqua e buon sapone, prende il suo vestito migliore, coglie un fiore al volo e poco dopo bussa con delicatezza alla porta della camera della sua Mimi: “Scusa il ritardo” dice sorridendo “sono qui”. Si amavano davvero, mi dice, così si sono sposati e la vita è andata avanti.

Il tempo è volato, noi siamo ancora sulla panchina, purtroppo devo andare. Mi redarguisce sul fumo: “Perché fumi? – mi chiede passando al “tu” – Il fumo è una schifezza. Lo sai che i polmoni hanno bisogno di aria buona? Non di quello. Promettimi che smetti, è semplice basta un po’ di nervo. E se ti trovo sotto i portici a fumare…” rido e finisco io la frase: “Tem de un scans?”. Ride anche lui da sotto la mascherina: “Ecco, sì, esattamente”. Ci alziamo per salutarci, mi allunga la mano, poi ci ricordiamo che non si può, quindi ci gomitiamo e per un attimo sembriamo due trapper di paese. “Grazie per il racconto – gli dico – a proposito: mi chiamo Alessandro”. L’uomo gentile si gira mi sorride: “Mi chiamo Vittorio”.