Le argille colorate delle ex cave  di Baiso un’opportunità turistica per il paese

Con il progetto “Percorsi Minerari” realizzato un anello per ammirare i “canyon” traccia del passato estrattivo


BAISO. «Abbiamo un terreno franoso all’80%, i movimenti sono costantemente monitorati, abbiamo la necessità di intervenire frequentemente: è qualcosa di veramente faticoso e costoso. Ma questo è nello stesso tempo un territorio da valorizzare, dove creare un percorso con finalità turistiche, ambientali, educative per le scuole e le università. Ci sono dei canyon meravigliosi, quando ci vado mi sembra incredibile che siano nel territorio di Baiso». Sta tutto in questa analisi dell’assessore ad Ambiente e tutela del territorio, Vanessa Piccinini, il cuore del progetto “Percorsi minerari” di Baiso. Un tentativo di non guardare più alle frane e a quanto resta delle ex cave di argilla, che rifornivano il vicino distretto ceramico, solo come a un problema. Ma per la prima volta come a una opportunità, qualcosa su cui investire. Perché dentro c’è una storia tutta da scoprire, dal punto di vista geologico, paleontologico e ambientale.

«Questo progetto va avanti da anni: quando sono entrata per la prima volta in giunta da esterna nel primo mandato di Corti, Fabrizio aveva già parlato con la Regione di un progetti per la riscoperta dei percorsi minerari del nostro territorio – ci tiene a sottolinea – Il primo finanziamento, approvato dalla Regione, è stato di 50mila euro per uno studio multidisciplinare sulle “argille varicolori” del Comune di Baiso. Più sono arrivati 5mila euro dalla Provincia e mille comunali. Ci hanno lavorato professionisti come la geologa Giorgia Campana, l’ingegnere ambientalista Giuliano Cervi e ha collaborato Unimore con il professor Cesare Papazzoni».

Perché qui non ci sono solo i profili calanchivi grigi che siamo abituati a vedere anche in altre parti dell’Appennino reggiano. A colpire gli occhi, sono le cosiddette “argille varicolori”: rosso mattone e rosso vinato, grigio chiaro e scuro, grigio verdastro. Uno spettacolo della natura difficile da immaginare senza vederlo. Così come affascinano i vari paesaggi lasciati dalle attività estrattive di argilla: ex cave che la natura ha riconquistato, ma i cui profili rivelano le tracce lasciate dall’attività umana.

«Dallo studio, è nato un libro. E proprio in concomitanza con questa pubblicazione, è stato trovato il dente di pliosauro» racconta. Il libro si chiama “Baiso: ambiente, storia e paesaggio di un territorio appenninico”, mentre il reperto venne trovato in modo causale da un escursionista nell’area dei calanchi: il dente di un grande rettile marino vissuto nel Cretaceo. Segni di un tempo in cui Baiso era, quando nella pianura padana c’era il mare, in Liguria. Il secondo step di questo progetto, sta per vedere la luce. «Si tratta della valorizzazione dell’Anello Ca Vai, parte dei percorsi minerari che sono stati studiati che partono da Casale e arrivano fino a Ponte Giorgella: da uno dei punti più alti di Baiso, fino in pratica a Roteglia. Per ora è stato creato un percorso che parte da Casale e arriva sino a metà e torna indietro, pensato per le scuole, per gli studiosi, ma non solo – spiega – Qui saranno posizionate delle bacheche che illustreranno dal punto di vista ambientale, geologico, paleontologico il territorio». Ci siamo quasi: i lavori finiranno per l’estate. «Se il Covid ce lo permette, speriamo di poterci portare subito i bambini che ogni volta restano affascinati dalle caratteristiche di questo territorio».

Il dente fossile trovato a Baiso


Ma a Baiso guardano avanti. «Vorremmo continuare a collaborare con Unimore – conclude Vanessa Piccinini – Ci sono tantissimi studenti universitari che vengono qui a fare ricerca. Poi, il sogno è quello di realizzare un museo dentro Ca’ Toschi, dove mettere in mostra il dente, con una riproduzione in 3D del pliosauro e creare laboratori con le argille, con lo scultore locale Vasco Montecchi». —

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