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Morto Luigi Calabrese, lo storico titolare della pizzeria La Tortuga

Acquistò il locale di viale Ramazzini nel 1985 e lo gestì per una ventina d’anni. Lascia moglie e quattro figli, oggi alle 14.30 il funerale nella chiesa di San Paolo

REGGIO EMILIA. C’è stato un tempo, durato una quindicina d’anni, durante il quale il suo locale, il ristorante pizzeria La Tortuga di viale Ramazzini – che aveva rilevato nel 1985, quando lasciò la Campania per salire in Emilia – era uno dei più rinomati di Reggio, punto di riferimento per tante compagnie di giovani e famiglie e, perché no, dei giocatori della Reggiana e di tanti altri sportivi che militavano nelle varie squadre della città, a partire dalla Pallacanestro Reggiana.

Era il 1985 quando Luigi Calabrese – nato a Corbara, nel Salernitano, e morto domenica a 79 anni in un letto dell’ospedale di Reggio, ucciso dal Covid – decise di lasciare la sua attività (faceva l’imbianchino, a capo di una piccola ditta con una decina di dipendenti) per cercare fortuna nel settore della ristorazione, portando con sè moglie, figli, fratelli e generi.

Luigi Calabrese dimostrò subito di saperci fare: non tanto come pizzaiolo, incarico che lasciò al fratello Pasquale, al figlio Francesco e ai dipendenti, ma come vero e proprio manager della ristorazione. Era lui ad accogliere i clienti, a farli sentire a loro agio, a intrattenerli con storie di vita che rimanevi ad ascoltare per ore, anche quando avevi finito di mangiare. Un vero e proprio padrone di casa, l’istrione della Tortuga, sempre gremita di gente fino a tarda sera, con lui che aspettava che anche l’ultimo cliente se ne andasse prima di allontanarsi dal suo locale.

Sembrava tutto perfetto, fino a quel tragico 16 aprile 1999 quando, proprio davanti al ristorante di Calabrese, su un’auto parcheggiata in viale Ramazzini, Paolo Bellini freddò il nomade Oscar Truzzi. Ma il colpo di grazia alle fortune del locale lo diede, a dire il vero, la successiva chiusura – decisa poco tempo dopo dal Comune di Reggio – dello stesso viale Ramazzini (ora, dopo vent’anni, si lavora alla riapertura della strada).
Qualche anno dopo Luigi Calabrese fu costretto a chiudere: si ritirò in pensione, lasciando spazio nel settore a figli e genero, cresciuti nel suo locale e nel frattempo divenuti a loro volta bravi ristoratori, che si sono “trasferiti” alla trattoria del Buontempone, nella vicina via Gramsci.

È lì che ora lavorano tre dei quattro figli – Lina, Leonilde e Francesco, insieme al genero Mario Garofalo – mentre l’altra figlia Sonia non ha seguito il resto della famiglia e lavora come estetista. Oltre alla moglie Filomena Savino e ai quattro figli, Luigi Calabrese lascia anche i generi Mario Garofalo, Alberto Nasta, Massimo Florio, la nuora Ramona Cattini e sette nipoti: Amalia, Ciro, Filomena, Luigi, Noemi, Salvatore e Alissa. Luigi lascia anche due fratelli, che hanno seguito entrambi le sue orme: Pasquale – che dopo aver lavorato alla Tortuga, aveva aperto prima la pizzeria Majorca, in circonvallazione, per poi trasferirsi alla Perla di Cadelbosco Sopra – e Pino, che aveva iniziato da Scandiano (prima alla pizzeria San Giuseppe di corso Vallisneri e poi all’Orchidea), prima di trasferirsi al ristorante pizzeria La Bella Emilia, a Ponte Enza di Gattatico, che gestisce tuttora.

Pochi giorni dopo aver festeggiato in famiglia il suo 79esimo compleanno, il 19 febbraio scorso, Calabrese si è ammalato e, domenica, il Covid lo ha ucciso. La camera ardente, allestita dalle onoranze funebri Cavazzoni e aperta ieri all’obitorio del Santa Maria Nuova, potrà essere visitata anche questa mattina. Il feretro del ristoratore verrà poi trasferito nella chiesa di San Paolo – in viale Regina Margherita 17, nel quartiere Santa Croce, dove Calabrese aveva aperto il suo locale e dove viveva, in via Adua –, dove alle 14.30 di oggi si svolgerà il funerale. —

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