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Venticinque anni fa l’omicidio della 17enne Jessica Filianti, la mamma: «Sono morta con lei»

Lo strazio della madre, Giuliana Reggio, da allora in prima linea contro la violenza di genere: «Alle donne dico: denunciate subito»

REGGIO EMILIA.  «L’ultima volta che abbiamo fatto qualcosa insieme è stato per l’8 marzo. Siamo uscite a cena con le mie sorelle e le mie nipoti, tutte donne, poi siamo andate al Marabù. Non era mai capitato che festeggiassimo così la Festa della donna, era la prima volta».

Ed è stata l’ultima. Una settimana dopo Jessica Filianti è morta, uccisa dalla furia di quello che era stato il suo ragazzo. Sono passati 25 anni da allora, ma per Giuliana Reggio, la mamma di Jessica, il tempo si è fermato alla mattina di quel maledetto 14 marzo del 1996.

«Non riesco a parlare di quel giorno», dice. Aveva accompagnato il fratello di Jessica, Fabiano, a una partita di calcio, poi era tornata a casa. Tutti sapevano già cosa era successo, lo avevano raccontato anche i telegiornali nazionali: l’appostamento di Luca Ferrari (allora ventenne, in licenza militare) davanti all’Ipsia Galvani, la scuola di Jessica, l’inseguimento dopo averla vista salire in auto con un suo amico, fino alle 43 coltellate inferte sul suo corpo 17enne in via Bruno Buozzi, all’angolo con via Terrachini.

Quando mamma Giuliana è arrivata sotto casa non sapeva ancora nulla, in strada la aspettavano le sue sorelle: «Sono state loro – sospira – sono state loro a dirmi quello che era capitato, che Jessica aveva avuto un incidente. Che si era rotta una gamba. Sono passati venticinque anni – dice – ma non per me». Non si può accettare quello che è inaccettabile.

E bisogna stare lontano anche dai pensieri sbagliati: cosa avrebbe potuto fare nella vita Jessica, chi sarebbe diventata. «Molte volte me lo chiedo, poi dentro di te scatta un meccanismo che allontana questi pensieri. Ed è meglio perché altrimenti muori. Già sei morta dentro. Ti dai la forza per gli altri che ti sono vicini, per il figlio che è rimasto».

Nel punto in cui Jessica è stata aggredita e rubata alla vita, si trova una stele: “Non c’è nulla in questa morte che ricordi amore”. Sull’asfalto vasetti di primule, ranuncoli, roselline rosa. Dal vaso spuntano due cuori, protesi verso il cielo, “La tua mamma”, “Tuo fratello Fabiano”.

Mentre Giuliana ricorda il giorno in cui la morte si è fatta spazio dentro di lei, sta attenta a non dare le spalle al cippo e resta in piedi di fianco all’immenso vuoto che Jessica ha lasciato. Sono ancora insieme, mamma e figlia, legate per sempre da una tragedia che non può certo essere giustificata con la gelosia, né tantomeno con il “troppo amore”.

C’erano stati dei campanelli d’allarme, racconta Giuliana, «ero andata dai carabinieri due volte per fare denuncia, ma mi hanno detto: è giovane, lo roviniamo, è a militare. Poi è successo quello che è successo. Avevo anche telefonato al padre di lui, chiedendogli di controllarlo: se la Jessica non torna con lui, continuerà a fare così, ha detto. Lei aveva il terrore, usciva da scuola e lui le era dietro. Quel giorno l’aveva accompagnata a casa un amico perché se non c’eravamo noi che andavamo a prenderla c’erano gli amici a portarla a casa. Poi l’hanno fermata qui».

In venticinque anni le donne uccise da mariti, fidanzati, familiari o conoscenti violenti sono state migliaia. «Bisogna denunciare – dice con forza Giuliana Reggio –, scacciare la paura e denunciare subito, soprattutto adesso che c’è il Codice Rosso. Non bisogna avere paura di restare sole, c’è sempre qualcuno vicino a noi. E alle ragazze dico di non aver paura a parlare con i familiari, se non vogliono parlare con la mamma almeno con le sorelle, le amiche. Queste persone devono poi aiutarle a fare la denuncia».

Solo così si può evitare il peggio. «Jessica era molto tranquilla – ricorda Giuliana, con la voce che si spezza – era meravigliosa, lo dico ovviamente da mamma. Era molto legata a me, al fratello, ai familiari. Mi diceva sempre tutto, per quello siamo andate a denunciare».

Restano domande più affilate di una lama, domande a cui è impossibile rispondere. «A volte mi chiedo anche se esista davvero la giustizia – continua Giuliana –. Quando lui è uscito dal carcere ho pianto. Né lui né i suoi familiari si sono fatti mai fatti sentire da quel giorno, non hanno mai chiesto perdono. So che lui ha fatto pochi anni in prigione, ora è fuori, ha famiglia, in carcere l’hanno fatto laureare in informatica, so che lavora per il Comune di Parma».

Sfiora con una mano la targa incisa per ricordare a tutti cos’è successo in questa strada, venticinque anni fa, a tutti tranne lei, che questa data l’ha incisa nel cuore e nell’anima: «Quando leggo o ascolto di donne che vengono uccise mi scatta un meccanismo dentro, prima mi arrabbiavo ma adesso no, sono morta dentro. Non so cosa passi nella testa degli uomini, non so cosa scatti. Se un uomo è davvero innamorato di una donna deve lasciarla andare quando non c’è più niente, altrimenti non è amore, è possesso. Sicuramente c’entra l’educazione: se solo mio figlio dovesse pensare di fare una cosa del genere lo sistemerei io, io che sono sua madre. Se c’è amore devi anche lasciare andare. A volte mi chiedo cosa pensi la gente quando succedono queste disgrazie, io ho un vuoto dentro che non riesco più a pensare».