«Mafia Capitale, le coop di Buzzi si potevano salvare»

In liquidazione le società di Buzzi coinvolte nel processo Mondo di Mezzo. Il reggiano Saccardi ha tentato di salvarle: «Uno stigma impossibile da cancellare»

REGGIO EMILIA. «Noi continuavamo a essere quelli di Mafia Capitale. Ci siamo trovati in una situazione di mercato impossibile. Resta l’amarezza che vari soggetti bancari, associativi e imprenditoriali avrebbero potuto fare di più. Quelle coop si potevano salvare». A parlare è Guido Saccardi, volto noto della cooperazione reggiana, ormai ex amministratore delegato del Consorzio Eriches 29 e delle coop 29 Giugno Onlus, 29 Giugno Servizi, Formula Sociale e A.b.c.. Sono le imprese riconducibili a Salvatore Buzzi, il cosiddetto ras delle coop romane arrestato nel dicembre 2014 insieme all’ex Nar, Massimo Carminati, e condannato il 9 marzo scorso a 12 anni e 10 mesi nell’Appello Bis del processo Mondo di Mezzo, che ha svelato un vasto sistema di corruzione travolgendo la capitale.

Un’inchiesta che ha fatto il giro del mondo, ribattezzata giornalisticamente Mafia Capitale, sebbene la Cassazione abbia fatto poi cadere l’aggravante di mafia, rimandando le carte in Appello per la rideterminazione delle condanne. A novembre dello scorso anno, la guardia di finanza ha proceduto nei confronti di Buzzi e Carminati alla confisca definitiva di beni per circa 27 milioni, composti da ville, terreni, 13 automezzi e un tesoro di 69 opere d’arte di autori del ’900, dalla Pop Art al Futurismo, al Surrealismo.


Un patrimonio dal quale sono escluse quelle imprese finite in mano al reggiano Saccardi, dissequestrate dal tribunale già dal 2018 con lo scopo di un loro rilancio, dopo averle ripulite dalle figure coinvolte nell’inchiesta, nell’ambito di un accordo siglato fra lo stesso tribunale e Legacoop, nella persona del presidente nazionale Mauro Lusetti. Le cinque coop ora sono naufragate. E sono tutte finite in liquidazione coatta.

L’obiettivo dell’accordo era salvaguardare soprattutto l’occupazione: lavoratori reinseriti socialmente, fra i quali ex detenuti o detenuti in semilibertà, impegnati in attività come la raccolta rifiuti, la manutenzione del verde, l’assistenza domiciliare o l’accoglienza dei migranti, inconsapevoli ingranaggi di quel sistema criminale portato alla luce dall’inchiesta della Procura di Roma. Lavoratori che avevano creduto in quella parabola di redenzione del loro mentore Salvatore Buzzi, condannato nel 1980 per omicidio volontario, presto diventato un detenuto modello e simbolo nazionale della rieducazione carceraria e dell’integrazione lavorativa dei detenuti.

Il 29 giugno 1984, Buzzi organizzò a Rebibbia il primo storico convegno sulla condizione delle carceri in Italia, fondando l’anno successivo la sua prima cooperativa, intitolata proprio all’iniziativa. Una parabola in ascesa che trent’anni dopo, con il processo Mondo di Mezzo, ha rivelato una realtà opposta rispetto a quella della redenzione, con Buzzi incastrato da intercettazioni diventate simbolo dell’inchiesta, poi risultate estrapolate dal contesto in cui furono pronunciate: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati?». E poi: «Il traffico di droga rende di meno». E ancora: «Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero».

Un patrimonio presto precipitato, che Saccardi – nel ruolo di amministratore delegato del gruppo e di presidente del cda di tre di quelle che erano ormai le ex cooperative di Buzzi – era stato chiamato a salvare, insieme a Flaviano Bruno e Andrea Dili. «Abbiamo cercato d’accordo con Legacoop di non far saltare il gruppo, dove lavoravano un migliaio di persone – afferma ora Saccardi – abbiamo provato a intraprendere diversi progetti e piani industriali per il rilancio, ma alla fine ci siamo resi conto che lo stigma di Mafia capitale ci aveva tolto ogni appetibilità nel mercato. Tutti scappavano». L’impresa è subito apparsa ardua. Prima del dissequestro e del tentativo di rilancio, nel periodo di amministrazione giudiziaria delle società, i conti erano di fatto già franati, con una perdita di gruppo nel 2017 pari a 14,5 milioni, partendo da un utile nel 2014 di 2,7 mlioni: il Consorzio Eriches 29 era passato da un utile di 412mila euro del 2014 a una perdita di 1,5 milioni del 2017; nello stesso periodo, la 29 Giugno Onlus da un utile di un milione a un rosso da 8,1 milioni; stesso utile, nel 2014, per la 29 Giugno Servizi, poi franata a 3,4 milioni nel 2017. E ancora: Formula Sociale, passata da un utile di 600mila euro a una perdita di 792mila euro. Segno meno per 548mila, sempre nel 2017, anche per la A.b.c.. Numeri ai quali si aggiunsero le competenze dei tre amministratori giudiziari che, prima dell’arrivo di Saccardi, incassarono come acconto un milione ciascuno per la procedura.

«Si continuava a lavorare per quegli stessi enti pubblici che non avevano saldato ai tempi di Buzzi – racconta Saccardi – gli amministratori giudiziari avevano fatto ben poco per smuovere la situazione. Ci siamo trovati in una situazione di mercato impossibile». Da gennaio 2020, tutte le ex imprese di Buzzi sono in mano ai liquidatori coatti nominati dal Mise, che ora stanno cercando di recuperare crediti anche e soprattutto da parte di pubbliche amministrazioni romane. «Vantavamo ad esempio un importante credito nei confronti di Ama, ma recuperarlo era quasi impossibile – conclude Saccardi – Dopo tre mesi, avevamo già la consapevolezza che non si poteva fare di più. Ho una grande amarezza: ho conosciuto lavoratori preparati, che vivevano il lavoro come occasione di riscatto sociale e di dignità personale. Nel momento in cui andavamo verso la liquidazione, abbiamo salvaguardato la maggior parte dei posti di lavoro, ma per loro lavorare in un’impresa privata rappresentava qualcosa di diverso. Se avessimo incassato i crediti, le coop potevano continuare. Così non è stato. Resta per me un’esperienza umana e professionale importante che meritava di finire diversamente». —

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