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La pallavolista citata per danni perché incinta: «La mia battaglia è per tutte le donne e per il nostro diritto di essere madri»

Lara Lugli spiega la scelta di uscire allo scoperto: «Nel mondo dello sport servono nuove regole per tutelarci»

«La mia lotta è per tutte le donne, per il nostro diritto a diventare madri senza sentirci in colpa e senza che questo sia considerato un danno». Sta facendo discutere l’Italia intera la vicenda di Lara Lugli, 41 anni, carpigiana, giocatrice di pallavolo, citata per danni dal Volley Pordenone – dove ha giocato nella stagione 2018/2019 – cui aveva chiesto il pagamento della mensilità di febbraio, l’ultima prima di scoprire di essere rimasta incinta.

Si aspettava questa reazione così forte quando ha deciso di rendere pubblica la sua storia?


«No, ma ho capito di aver fatto la cosa giusta. E se da qualcosa di profondamente negativo nascerà una cosa buona, ne sarà contenta».

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Come andarono le cose durante quel campionato?

«Ho firmato un contratto e sono andata a giocare a Pordenone per il 2018/2019. I primi giorni di marzo ho scoperto di essere incinta e l’ho comunicato alla società. Come succede per noi atlete in questi casi, il contratto viene rescisso da entrambe le parti e finisce lì. La questione è nata perché io pretendo di essere pagata per il mese di febbraio durante il quale ho lavorato, ho giocato. Ho fatto causa tramite il mio avvocato, visto che non avevo notizie dalla società. Poi, a fine febbraio è arrivato questo documento di citazione».

Prima di adire le vie legali avevate chiesto il pagamento dello stipendio?

«Lo abbiamo chiesto durante l’estate del 2019, poi abbiamo capito che non c’era l’intenzione di pagare e ho attivato il canale legale».

Qual è la prima cosa che ha pensato quando ha visto il documento?

«L’atto di citazione è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Uno schiaffo. Ho saputo di questa notizia tramite il mio legale che mi ha inviato la notifica. E mi si è annebbiata la vista, ho sentito il furore che saliva da dentro. Poi ho provato tristezza. E quando ho deciso di pubblicare tutto è arrivata anche l’ansia a farsi sentire, perché rendere pubbliche queste cose provoca questo sentimento che, peraltro, provo ancora. Non perché io tema di non essere dalla parte del giusto, ma per il clamore che ho suscitato. Capisco, però, che sia una cosa giusta».

Vi hanno chiesto di comparire davanti al giudice di pace ...

«Credo sia un atto dovuto, a questo punto, non so se ci andrà solo il mio legale o anch’io, ma saremo presenti».

Tornando al contratto, prima diceva che di solito viene rescisso quando un’atleta rimane incinta. È una cosa considerata normale, quindi?

«È una cosa che noi giocatrici abbiamo sempre accettato, spero che le cose cambino però. Colgo l’occasione di questa grande vetrina mediatica che si è creata per ribadire che la rescissione del contratto è il compromesso che abbiamo dovuto accettare per fare quello che ci piace, ma è discriminazione. Solo le donne sono in grado di fare figli e se le donne non ne mettono più al mondo, si ferma tutto. Che siano atlete o impiegate di banca. Speriamo che vengano istituite regole precise, che si metta fine a questa stortura».

Quali sono alcune fra le attestazioni di solidarietà che l’hanno più colpita?

«Mi hanno scritto tante altre atlete, confermando che in tante situazioni è così: quando rimani incinta e non puoi pretendere nulla, resti a casa. Magari in tante non hanno nemmeno la pazienza di andare avanti per vie legali, perché sono cause lunghe. Ma non si devono calpestare le persone solo perché la legge non è dalla loro parte. E nessuno deve permettersi di sottintendere che rimanere incinta è una punizione».

È una clausola specifica del contratto quella con cui si rescinde l’accordo se l’atleta rimane incinta?

«Sì, ma la società in questo caso ha fatto leva su un’altra cosa. I doveri dell’atleta, collegati ai comportamenti da seguire. Ad esempio, non si deve tornare a casa tardi, non si devono assumere stupefacenti, si ha il dovere di venire agli allenamenti in orario. Ma non si può paragonare il rimanere incinta con il tenere comportamenti come questi e non si può dire che la mia gravidanza era un danno da me arrecato». —

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