«Sono guarito dal Covid ma senza vaccino non ne usciremo»

Gian Marco Fossa, 52 anni, caposquadra dei vigili del fuoco è stato tra i primi a essere contagiato nel febbraio del 2020 

REGGIO EMILIA. «A Reggio sono stato uno dei primi a contrarre il coronavirus. Ho fatto l’untore». Così ha ironizzato Gian Marco Fossa, 52 anni, caposquadra dei vigili del fuoco, nel marzo scorso il primo caso di positività accertata all’interno del Comando di via della Canalina, dove subito dopo scoppiò un focolaio per fortuna rimasto un unicum. Nel lockdown 2020 con i suoi interventi sui social Fossa ha redarguito più volte i reggiani, raccontando con il suo cellulare - unica finestra sul mondo - le lunghe giornate passate chiuso in una stanza d’ospedale senza poter mettere il naso fuori dalla porta. A un anno di distanza Fossa è ancora fisicamente provato. «In totale ho trascorso 130 giorni di malattia (dopo le dimissioni, sono rimasto in casa due mesi perché ho avuto un collasso renale ed ero inabile al servizio): non si pensi che quando un ammalato di Covid guarisce sia finita lì, questo virus è subdolo, lascia degli strascichi di salute. Tuttora mi viene il fiatone con facilità e devo prendere delle pastiglie. Lo stesso per mia moglie: per mesi non ha sentito i sapori, fa fatica a respirare ed è sempre stanca. Ma non mi lamento, sono vivo».

Del suo decorso qual’è il ricordo più vivido?


«Ho contratto il Covid durante una riunione del 20 febbraio 2020 a Bologna, dove si è svolto un corso di specializzazione sugli incendi boschivi. A quella riunione eravamo in venti: quindici si sono ammalati, uno è deceduto. Si chiamava Lorenzo Facibeni, 52 anni di Predappio, scomparso dopo due mesi: è stato la seconda vittima tra i vigili del fuoco e la caserma di Forlì sarà intitolata a lui. Si sentiva parlare in lontananza di Codogno, ma con scarsa consapevolezza. Dopo una settimana, il 27 febbraio, ero ricoverato. Il Covid è una malattia strana: il week end precedente, il 25 febbraio, ero a Lucca con mia moglie e un’altra coppia, in quattro in macchina, eppure i nostri amici non sono stati contagiati. Nel mio primo ricovero in Medicina d’Urgenza non c’era la distinzione tra reparto Covid e non: mi hanno trattato come sindrome influenzale. Dimesso il 2 marzo, il secondo ricovero è avvenuto il 14: ed era già cambiato il mondo. Il Santa Maria era blindato come se fosse scoppiata una tomba sopra l’ospedale, il triage con misurazione della temperatura all’esterno, i sanitari vestiti come marziani. Completamente cambiata anche la modalità di cura; all’inizio la maggior parte dei pazienti moriva per embolia cerebrale».

E i mesi successivi?

«Sono rientrato al lavoro in comando a fine maggio. L’estate è andata bene, sono andato in vacanza al mare a Gabicce: in Romagna c’era una libertà che tuttora stiamo pagando. L’autunno è passato con una parvenza di normalità. In gennaio ho perso i miei suoceri causa Covid: Vincenzo Giovinazzo, 90 anni, e la moglie Italia Bramucci, 85 anni, sono deceduti a distanza di dieci ore l’uno dall’altro».

Ora questo secondo lockdown, nel medesimo periodo dell’anno scorso.

«Dopo un anno non è cambiato molto a livello mondiale. Senza vaccino non ne salteremo fuori. Noi vigili del fuoco, come tutte le forze dell’ordine, partiamo domani con la vaccinazione AstraZeneca: anch’io, che in teoria sarei immune, mi sottoporrò all’iniezione. Tanti cittadini incolpano il Governo, ma questa pandemia è un fenomeno talmente sconosciuto che anche nel resto del mondo non sanno come muoversi. In Germania sono chiusi da mesi. Anzi secondo me le autorità italiane dovevano essere ancor più severe».

E a livello personale?

«Per me non è cambiato tanto perché sono guarito e sono vivo. Non ho mai avuto paura di non farcela, forse grazie al mio carattere razionale e con i piedi per terra».

Nei suoi interventi è stato molto duro con i negazionisti.

«Sì sono ancora arrabbiato. Dittatura sanitaria? Ma vergognatevi. Occorre sottolineare che un anno fa era diverso: ora chi è che non usa la mascherina? La portano tutti. È difficile far cambiare abitudini alla gente, privarli della libertà. Adesso piuttosto il problema è un altro: le persone sono stanche, vedo mia figlia che non ne può più, purtroppo però non si può far altro che pazientare».

Previsioni a breve termine?

«Sarà lunga, l’estate rischia di essere come adesso. Bisogna vaccinarsi. Esiste una percentuale di persone che rifiuta di vaccinarsi o pensa di aspettare per scegliere la fiala migliore: ma cosa aspettate? Finché non si raggiunge l’immunità di gruppo non sarà finita. Non sono un infettivologo, ma prendiamo per esempio le scuole: finché non si vaccinano gli insegnanti è tutto inutile». —

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