Covid, 10mila reggiani in quarantena. Vecchi: pensavo di finire in zona rossa

In tre settimane raddoppiate le persone in isolamento. Il sindaco: «Non è detto che tra una settimana non si stringa»

REGGIO EMILIA. Prendete un paese come Castelnovo Monti, o Montecchio piuttosto che Bibbiano e immaginate di chiudere in casa per almeno 10 giorni tutti gli abitanti di quel comune. Avrete la dimensione attuale dell’emergenza coronavirus a Reggio Emilia, dove i reggiani in quarantena sono in questo momento 10mila. Tanti da riempire un paese intero.

«Abbiamo oltre 300 contagi stabili al giorno, il 18% dei tamponi è positivo, siamo passati da 130 a 250 ricoveri per Covid e le terapie intensive sono salite sopra quota 20. Senza tralasciare che rispetto a metà febbraio i reggiani in quarantena, tra positivi e fiduciaria, sono raddoppiati da 5mila a 10mila. Per questo pesavamo di finire in zona rossa ma il governo ha scelto di lasciarci in arancione scuro. Ma non siamo tranquilli, perché l’ondata in arrivo da Bologna fa paura: lì c’è il fulcro del sistema sanitario regionale e se non regge avrà effetto anche sugli altri territori».

Per la seconda volta nel giro di un anno Reggio Emilia si trova quindi a giocare il difficile ruolo di argine: la scorsa primavera per l’ondata in arrivo a nord dalla Lombardia, ora per quella in arrivo da sud-est, tra Rimini e Modena. Per questo il sindaco Luca Vecchi è tutt’altro che tranquillo nonostante Reggio abbia scampato - per ora - la chiusura di asili, materne e negozi grazie a un giudizio espresso da Roma più mite del previsto.


Sindaco Vecchi, si parlava di una soglia d’allerta che scattava se si avevano oltre 250 contagi ogni 100mila abitanti. Come siamo messi a Reggio?

«L’ultimo dato da noi parla di circa 300 contagi ogni 100mila abitanti. Quindi è chiaro che si tratta di un dato molto serio e da non sottovalutare, più che doppio rispetto a metà febbraio. Ma è comunque migliore rispetto a Modena e alla Romagna».

I n Romagna hanno sfondato gli 800 contagi ogni 100mila abitanti. È per questo che siamo stati risparmiati dalla zona rossa?

«Sì. Qua bisogna dare però una duplice lettura. Da una parte c’è uno scenario molto più critico a Modena e Bologna. Reggio è meno peggio, Parma e Piacenza sono ancora più arretrate nella crescita. Ma questo non evita che tra una settimana potremmo essere investiti dall’ondata. Nessuno ad oggi lo sa: certo è che la situazione è grave. Se non fermiamo questa tendenza nell’arco di due settimane anche a Reggio il sistema sanitario non reggerà. Quindi non possiamo rilassarci. Il contesto è improntato alla precauzione e alla prudenza. Il rischio è che il contagio diventi dilagante».

Il capoluogo di Regione, Bologna, sembra in crisi nera. Dobbiamo preoccuparci?

«La pressione sanitaria lì è alta. Non bisogna dimenticare che Bologna è la città con il maggior numero di posti letto e se diventa epicentro della crisi questo sarà un segnale per noi e avrà un effetto su tutto il sistema sanitario regionale».

Potrebbe scaricare su Reggio quindi?

«Sì. Perché durante l’ondata del marzo scorso Bologna è stata un elemento di scarico della tensione che proveniva da Piacenza fino a Reggio. Ora la tensione è proprio tra Bologna e la Romagna. Noi continuiamo ad essere un argine».

Reggio sembra accerchiata. Quanto resistiamo?

«L’evoluzione si conoscerà la prossime settimane. Nonostante il governo ci abbia tenuti in zona arancio dobbiamo considerare la possibilità di diventare rossi molto rapidamente, anche entro una settimana, o se l’arancione scuro è una misura sufficiente per contenere l’ondata».

Molti reggiani chiedono se si può continuare ad andare al parco.

«Si può fare una camminata o attività sportiva come la corsa. Ma non ci devono essere assembramenti. Qualora ci fossero potremmo chiudere i parchi, anche se Reggio, che ne conta 200, vorrebbe dire che il sistema di controllo dovrebbe compiere uno sforzo enorme. Sarà eventualmente una decisione ponderata e condivisa con la prefettura».

I giochi per i bambini nei parchi possono essere ancora utilizzati?

«Vale la stessa regola: possono usarli ma niente assembramenti».

Sappiano per quanto crescerà ancora la curva dei contagi da noi?

«Indiscrezioni che ho dicono che la speranza è che a Bologna il picco possa essere superato alla fine della prossima settimana. Sarebbe una notizia positiva ma, ripeto, servono prudenza, precauzione e prevenzione. Nessuno è in grado di sapere la portata invasiva della variante inglese che effettivamente si sta configurando come se fosse un nuovo Covid. Ad esempio colpisce molto di più i minori che diventano vettori di diffusione per gli adulti con effetti diretti poi sui ricoveri, che dobbiamo cercare di contenere».

La zona rossa non sarebbe comunque rigida come quella del marzo scorso, quando hanno chiuso le fabbriche. Ma le persone sembrano sfibrate.

«Il forte spirito di solidarietà che c’era a marzo secondo me oggi fatica e c’è una sofferenza diffusa che diventa può diventare rabbia o frustrazione. Sono stati d’animo che vanno compresi. Lo sforzo di questi mesi è stato tanto e non possiamo sottovalutare la fatica espressa dai nostri cittadini. Dobbiamo prestare grande attenzione alle difficoltà che ci saranno nelle prossime settimane. La buona notizia è che c’è un’accelerazione in corso nei vaccini: ormai ne facciamo mille al giorno. È chiaro che avremo davanti un periodo che ci metterà nuovamente alla prova a un anno dall’inizio di questa battaglia. Devo dire che già da ieri vedo però meno reggiani in giro, segno della loro grande consapevolezza, dimostrata anche in passato. E per questo vanno ringraziati».

Non è che con queste vie di mezzo e senza l’apporto necessario dei vaccini si stia innescando un effetto trascinamento?

«Certo, questa è stata l’impressione ed è ciò che dobbiamo evitare. Per questo i bassi contagi e i vaccini sono la strada da seguire. E in questa chiave penso a chi sta soffrendo anche a livello economico, come i settori del commercio, del turismo e nella ristorazione, con ristori che tardano e attività che devono restare chiuse».

Speriamo in meglio?

«Sì, dobbiamo. Dai che ce la facciamo». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA