Le imprese in “rosa” hanno assorbito più efficacemente l’impatto della crisi

A fronte della flessione complessiva delle aziende (-0,2%) quelle guidate da donne si portano a 9.998 unità (+0,1%)

REGGIO EMILIA. Al secondo anno di “festa della donna” in piena emergenza Covid, come stanno reagendo le imprese femminili alle pesanti ricadute generate dalla pandemia sull’economia locale? È a questa domanda che risponde l’analisi dell’Ufficio studi della Camera di Commercio di Reggio che evidenzia, innanzitutto, una capacità di resilienza più spiccata rispetto al resto del sistema imprenditoriale.

A fronte di un calo complessivo dello 0,2% delle imprese reggiane nel 2020, le imprenditrici reggiane si sono contraddistinte per una buona tenuta: le imprese femminili, infatti, hanno mostrato una lievissima tendenza alla crescita (+0,1%), attestandosi a 9.998 unità, con un tasso di femminilizzazione del sistema imprenditoriale che sfiora il 18,5%.


La suddivisione per settori è rimasta sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti, con oltre il 70% delle imprese intestate a donne che si concentrano su cinque settori di attività, ovvero commercio, agricoltura, servizi di alloggio e ristorazione, altre attività dei servizi e manifattura. Il commercio resta in ogni caso il settore di attività di maggior preferenza: sono infatti 2.400 le aziende “rosa” del comparto, con una netta prevalenza del commercio al dettaglio (1.679 unità).

Con riferimento al settore terziario, sono 1.918 le imprese femminili della provincia di Reggio Emilia che svolgono attività di servizi alle imprese, in crescita del 2,4% rispetto al 2019. Le donne sono determinanti soprattutto quando si guardano i dati delle imprese attive nei servizi rivolti alla persona (44% sul totale degli operatori del settore). Per alcuni settori, in particolare, si può poi osservare come la quota delle imprese femminili abbia un’incidenza superiore al 50%, come ad esempio nel caso della sanità e dell'assistenza sociale. E ancora, quando si guarda all'area dei servizi alla persona (lavanderie, saloni da parrucchieri, istituti di bellezza, ecc.), la forte attitudine delle imprenditrici femminili si traduce in una percentuale pari al 64% sul totale degli operatori che svolgono la stessa tipologia di attività.

Anche l’imprenditoria femminile straniera regge bene l'urto della pandemia: nel 2020, la componente delle imprenditrici immigrate ha guadagnato il 2,3% di unità in più rispetto all'anno precedente (da 1.665 a 1.703 imprese registrate), confermando il trend in crescita degli ultimi anni. Limitando l’analisi alle imprese individuali, le sole per le quali è possibile individuare lo stato di nascita dell’imprenditore, Cina, Nigeria, Marocco e Romania restano i principali Paesi di origine delle imprenditrici straniere. Al contrario, calano di ben cinque punti percentuali le imprese giovanili femminili (da 1.138 a 1.081 unità). —

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