Strage di Cervarolo, è morto Stark: il nazista condannato non è mai andato in carcere

Rovali, presidente dei parenti delle vittime: «Nessun pentimento, nessun perdono»

REGGIO EMILIA. «È rimasto nazista ed Ss fino alla morte, senza mai un pentimento. Non credo si possa perdonare». Italo Rovali, avvocato e coordinatore parenti e famigliari delle vittime della strage di Cervarolo, si presentò nel dicembre 2012 a Monaco di Baviera, portando con sé la sentenza di condanna all’ergastolo emessa il 6 luglio 2011 dal tribunale militare di Verona, confermata in appello il 26 ottobre 2012 e poi diventata definitiva in Cassazione, il 19 marzo 2014. Ma il sergente della terza compagnia Hermann Görhing, Karl Wilhelm Stark, dopo essere stato riconosciuto da tre gradi di giustizia militare come autore del terribile eccidio avvenuto il 20 marzo 1944 sull’Appennino Reggiano, non ha mai scontato la pena che gli è stata inflitta dalla giustizia italiana. Mai un giorno in carcere, né ai domiciliari. Né mai lo farà.

Classe 1920, Stark è morto in Germania. Il decesso risale al 14 dicembre, ma solo ieri la notizia è stata divulgata. Morto anche Alfred Stork (97 anni), ritenuto responsabile di una delle stragi sull’isola di Cefalonia nel settembre 1943 contro ii militari della Divisione Acqui. Erano gli ultimi due tedeschi superstiti condannati definitivamente all’ergastolo per l’uccisione indiscriminata di militari e civili italiani.

Stark si è macchiato ed è stato accusato di eccidi commessi nel 1944 in varie località dell’Appennino Tosco-Emiliano, componente a tutti gli effetti di quella compagnia Görhing che tra il 18 marzo e il 5 maggio 1944 sterminò circa 360 persone fra le province di Modena, Reggio e Arezzo: da Costrignano, Monchio, Susano nel Modenese, passando per Civago e Cervarolo, fino ad arrivare a Vallucciole, sul versante toscano.

Una lunga scia di sangue nazifascista rimasta per decenni senza giustizia, riemersa solo dopo il 1994 grazie alla scoperta del cosiddetto Armadio della Vergogna: 695 dossier e un Registro generale con 2.274 notizie di reato, raccolte dalla Procura generale del Tribunale supremo militare, relative a crimini di guerra commessi in Italia fra il 1943 e il 1945 dalle truppe nazifasciste, archiviate “temporaneamente”, secondo una modalità che di fatto non esiste nell’ordinamento italiano.

Fascicoli nei quali era presente anche la strage di Cervarolo, costata vita a 24 innocenti. Fra le vittime, anche i familiari di Italo Rovali, che perse suo zio omonimo, suo nonno all’epoca 52enne, e il bisnonno Antonio, all’epoca 84enne, che non venne risparmiato dalla ferocia nazifascista nonostante fosse infermo. Il padre, militare, si salvò perché non era in paese. Vennero risparmiati solo la nonna e un’altro zio che aveva due anni.

La strage rientrava in una strategia del terrore che reparti della Göhring stavano attuando a ridosso della Linea Gotica: la strategia della “terra bruciata” teorizzata da Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Italia. Per l’eccidio di Cervarolo, venne condannato all’ergastolo anche Fritz Olberg, classe 1921, sottotenente e comandante di plotone della stessa compagnia, che morì poco prima della sentenza.

Questo l’elenco delle 24 vittime – tra le quali il parroco Giovanni Battista Pigozzi – del tragico eccidio di Cervarolo, il più cruento avvenuto in provincia di Reggio Emilia, compiuto ormai 77 anni fa, il 20 marzo 1944.
Marco Alberghi, 26 anni, contadino; Egisto Alberghi, 18 anni, contadino; Giacomo Alberghi, 69 anni, contadino; Alfredo Alberghi, 63 anni, contadino; Emilio Alberghi, 68 anni, contadino; Mauro Alberghi, 69 anni, sfollato; Cesare Borea, 82 anni, contadino; Adolfo Croci, 43 anni, contadino; Ennio Costi, 45 anni, contadino; Lino Costi, 20 anni, contadino; Armido Ferrari, 17 anni, contadino; Paolo Fontana, 29 anni, contadino; Remigio Fontana, 76 anni, falegname; Amerigo Genesi, 61 anni, calzolaio; Sebastiano Maestri, 68 anni, contadino; don Giovanni Battista Pigozzi, 63 anni; Gaetano Paini, 75 anni, commerciante; Pio Paini, 42 anni, contadino; Antonio Rovali, 82 anni, paralizzato; Celso Rovali, 50 anni, contadino; Italo Rovali, 17 anni, contadino; Dino Tazzioli, 24 anni, ferroviere di Civago; Agostino Vannucci, 57 anni, contadino; Giovanni Vannucci, 34 anni, contadino.

Quanto al sergente Stark, le ultime notizie su di lui risalivano a giugno 2018, quando una troupe del Tg1 si recò nel sobborgo di Monaco, trovandosi di fronte un anziano contrariato e reticente. La stessa reticenza che incontrò anni prima Rovali, che ora ricorda: «Si nascondeva in casa come un topo nella fogna. Poteva ammettere le sue colpe, invece non lo fece mai. Negò anche davanti a prove inconfutabili e alle testimonianze rese dal suo sottoposto Adolf Wedl, che lo udì impartire gli ordini. Non ha mai ammesso le proprie responsabilità. Non c’è perdono».

Oltre alla casa di Stark, a Monaco Rovali si recò anche in procura, insieme a Matthias Durchfeld di Istoreco e al regista Nico Guidetti, presentando denuncia alla giustizia tedesca: «Ho portato le prove e la sentenza di condanna, dopo quattro giorni hanno aperto un procedimento, ma non è ma stato istruito – spiega – recentemente ho capito perché. Nel 1947 in Germania fu fatta una legge dove a capo di questi criminali tolsero le aggravanti: una sorta di amnistia per questi crimini contro l’umanità. In Germania non è stato mai processato, portando nella tomba i suoi segreti, nonostante le intercettazioni abbiano riferito fino alla fine che continuava a coprire ciò che sapeva».

La sentenza su Cervarolo, storica dal versante della giustizia militare italiana, ha segnato anche una pagina fondamentale nella giurisprudenza per i risarcimenti ai familiari delle vittime. La corte, infatti, condannò lo Stato Federale Tedesco al pagamento dei risarcimenti alle parti civili in quanto corresponsabile morale. Ma, anche qui, come per l’esecuzione delle pene la giustizia ha scritto una pagina incompiuta: «Insieme all’avvocato Andrea Speranzoni decidemmo di chiamare in causa la Germania come responsabile civile. Non era mai successo, neanche con Marzabotto. Se andava male, saremmo stati chiamati noi a pagare. La Germania fece ricorso al tribunale dell’Aia, che nella sentenza stabilisce che non si possono emettere sentenze verso uno Stato, amputando un pezzo di giurisdizione italiana, aggiungendo però che Germania e Italia avrebbero dovuto trovare accordi sul risarcimento. Bisognava sedersi a un tavolo, non è stato mai fatto. La sentenza dell’Aia è valida dal 2016. Ma sul caso si è espressa anche la Corte costituzionale per la quale un cittadino italiano può fare ricorso su tutte le giurisdizioni contro un altro Stato. È una bella verità giuridica». —
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