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Reggio Emilia, il 23 febbraio 2020 il primo paziente sospetto Covid. Un anno di pandemia, «e ancora non è finita»

Dai primi contagiati al picco di ricoveri il 27 marzo, dal miglioramento estivo alla seconda ondata. La direttrice generale Ausl ripercorre le tappe di un’emergenza ancora in corso

REGGIO EMILIA. Coronavirus, lockdown, zone rosse, indice Rt, tampone molecolare e test sierologico, pandemia. Quando il 23 febbraio del 2020 veniva ricoverato nel reparto di Malattie infettive di Reggio Emilia il primo paziente sospetto Covid tutti questi termini erano sconosciuti, o quasi, alla maggior parte dei reggiani.

E adesso, a guardare indietro di un anno, si ha la sensazione di osservare un’epoca lontana, tanto profondi e radicali sono stati i cambiamenti alla nostra quotidianità. Lo sa bene e lo racconta Cristina Marchesi che dall’inizio, prima come direttrice sanitaria e poi, da giugno scorso, come direttrice generale dell’Ausl, ha vissuto in prima linea 365 giorni «intensi, drammatici, senza mai avere un attimo di tregua».


Quello che «colpisce di più – esordisce Marchesi – è che a parlare della “Fase uno” sembra ci si stia riferendo a molto tempo fa tanto è stato l’impegno profuso, le decisioni, i cambiamenti organizzativi. Un anno vissuto intensamente, pericolosamente, ognuno è stato colpito e coinvolto». Già a fine gennaio, ricorda la dirigente, «avevamo costituito l’unità di crisi. Poi il 23 febbraio con il primo paziente sospetto, e dopo poco con la chiusura dell’ospedale di Montecchio a causa del focolaio, abbiamo capito che la malattia non era come la Sars o l’Ebola, che le aspettavamo e non sono arrivate. Il Covid era qui».

Quel 23 febbraio, Marchesi, lo ricorda bene: «Era una domenica. In quel fine settimana ci furono dei vertici con il prefetto e con la protezione civile per capire cosa dovessimo fare per fronteggiare l’emergenza. Il 26 febbraio avevamo incontrato i gestori delle strutture per anziani e i volontari dell’Auser per iniziare a lavorare con loro e il 27 abbiamo attivato la Rems».

Poi la situazione peggiorò sempre più rapidamente. L’1 marzo l’Ausl ha chiuso i pronto soccorso di Correggio e Scandiano e il punto nascite sempre a Scandiano «per evitare – prosegue la direttrice – che i poli più piccoli fossero “bucati” dal Covid, come si diceva allora e com’era accaduto a Montecchio». Il giorno successivo un’altra giornata che resterà nella memoria dei reggiani, la creazione dei chek point in tutti i varchi ospedalieri e non solo.

Sono i giorni delle chiusure e dei lockdown, degli assalti ai supermercati e del lievito introvabile, della musica dai balconi e dell’Inno di Mameli cantato a squarciagola. «Il mese di marzo – ricorda Marchesi – è stato un rapido susseguirsi di decisioni difficili ma fondamentali. L’8 marzo l’ospedale di Guastalla è diventato struttura Covid, poi il 16 marzo è toccato a Scandiano con una pesante riconversione dei posti letto». Lo stesso giorno la provincia di Reggio Emilia è diventata autonoma nell’analisi dei tamponi, «fino al 15 marzo dovevamo mandarli a Parma o a Bologna con ritardi pazzeschi nei risultati. Nel frattempo potenziavamo le terapie intensive, attivavamo le Usca e partivano le attività di tracciamento che fino a quel momento erano tarate per le malattie infettive usuali, come la meningite, ed elaboravano numeri così piccoli che ricordavi per nome e cognome tutte le persone tracciate».

Fra cambiamenti radicali e decisioni difficili si arriva poi al momento più alto della pandemia nel Reggiano: il 27 marzo. «È stato il giorno più drammatico – ammette Marchesi –. Abbiamo avuto in appena 24 ore 160 accessi al pronto soccorso per polmoniti, metà delle quali hanno necessitato di un ricovero. Quel 27 marzo abbiamo raggiunto il picco dei ricoveri Covid in provincia, ben 670».

Contemporaneamente avveniva un altro passaggio fondamentale, l’apertura dei drive in per i tamponi al Santa Maria e a Castelnovo Monti: «Oggi lo diamo per scontato ma prima non esistevano, dovevamo andare casa per casa e non riuscivamo a essere tempestivi».

Poi, ad aprile, i contagiati sono iniziati a calare rapidamente, «fattore che non vediamo più oggi. La seconda fase è un’onda lunga che non si spegne mentre a fine aprile 2020 la situazione era giù molto più calma».

Fino ad arrivare al 26 maggio, quando era rimasto un solo paziente ricoverato in Rianimazione: «Di lì a poco – prosegue Marchesi nel suo racconto – saremmo arrivati a zero ricoverati». Quindi l’estate. Che da un punto di vista della pandemia «è stata tranquilla. Ricordo con commozione le feste per la chiusura delle terapie intensive Covid, è stato molto bello». Ma la pausa è durata un battito di ciglia.

«Abbiamo dovuto affrontare con urgenza il problema delle ricollocazioni di oltre 190mila prestazioni sospese. Temevamo la seconda ondata a ottobre e volevamo riprogrammare tutto entro quel periodo». Un lavoro «molto impegnativo – ammette la direttrice – e non abbiamo avuto un momento di pace. Dovevamo recuperare tutto il sospeso e col senno di poi meno male che lo abbiamo fatto».

Ma anche l’estate non è stata esente dai problemi Covid. «C’è stata la questione dei contagi dai rientri dai viaggi di maturità, Cefalù piuttosto che la Croazia, o i turisti che tornavano dalla Sardegna, poi a fine agosto i test sierologici per gli insegnanti in vista del rientro a scuola. Un vero momento di pace non c’è stato mai».

Poi è arrivato ottobre. E i timori di medici e infermieri si sono rivelati fondati. «Ci siamo finiti dentro di nuovo – spiega con rammarico la direttrice generale – con il picco di ricoveri il giorno di San Prospero, il 24 novembre: 377 posti letto occupati. In seguito sono scesi un pochino ma, bene o male, sono sempre rimasti costanti. La seconda ondata prosegue ancora adesso e non si vede la fine».

L’unica «luce in fondo al tunnel – conclude Marchesi – è il fronte importantissimo della vaccinazione che si è aperto il 27 dicembre con il Vaccine Day. Dopo un anno gli operatori sanitari sono molto stanchi, all’orizzonte non vedono la fine dell’emergenza, il sostegno della popolazione è calato. Il vaccino è la sola cosa che fa sperare».