A Reggio Emilia l’effetto Draghi fra i nuovi equilibrismi Pd e il rischio espulsioni M5s

Il pentastellato Zanichelli assente per il voto al governo dovrà giustificarsi  o sarà fuori dal M5s «Ora non posso dire nulla»

REGGIO EMILIA. Mai con la Lega, mai con il Pd, mai con il M5s, mai con Forza Italia, mai con Draghi. Oppure mai più con Renzi. Ma, soprattutto, mai dire mai. Non solo il repentino cambio di casacca di Gianluca Vinci, passato dal Carroccio a Fratelli d’Italia. Per quanto riguarda le dinamiche partitiche, l’effetto delle larghissime intese attorno a Mario Draghi porta con sé conseguenze che si dipanano fra Reggio e Roma, dove la chiamata alla responsabilità nazionale lanciata in piena crisi dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha di fatto livellato una battaglia politica nazionale che resta accesa più che mai a livello locale, già sfibrata da una legislatura all’insegna di equilibrismi romani e reggiani. Come quelli nati e acuiti in seno al M5s, fra pulsioni territoriali e spinte governative. Prima alleati della Lega – odiatissima dopo la crisi salviniana del Mojito al Papeete – e poi con quel Pd che era stato battezzato “partito di Bibbiano”, l’ultimo psicodramma a Cinque Stelle catapulta fino in Sala Tricolore i malumori della base, alimentanti anche dal fatto che il deputato reggiano, Davide Zanichelli, sembra sul punto di finire sulla graticola. È suo uno dei mancati voti al governo Draghi. Zanichelli era assente al momento del voto. E, in caso di mancata giustificazione, si potrebbero spalancare le porte dell’espulsione dal gurppo, come già avvenuto per altri circa 40 colleghi parlamentari M5s, contrari o astenuti. «Non ho ricevuto nulla al momento – si limitava a dire ieri – E non posso dire nulla. Potrebbe essere foriero di interpretazioni non volute». E la trasparenza? Vabbè, sarà un’altra volta. Assente al momento del voto anche la pentastellata Maria Edera Spadoni, che però stava dirigendo i lavori della Camera, di cui è vicepresidente. Giusiticata. Ma non è un mistero che, diversamente da Reggio, a Roma la parabola M5s abbia avuto una traiettoria tutta sua: da “solo Conte” a “con Conte ma non a tutti i costi”, arrivando infine a “mai con Forza Italia” e a quel “sì a Draghi” certificato da un voto su Rousseau che mai fu più indigesto per la base. È proprio su queste dinamiche che a Reggio e provincia è nato un documento per la “resistenza” M5s, gettando le basi per un movimento al fianco del quasi scissionista Alessandro Di Battista. Fra i firmatari attivisti e consiglieri, fra i quali anche Fabrizio Aguzzoli, che siede in Sala Tricolore. Un rischio di implosione che il capogruppo reggiano, Gianni Bertucci, prova ad allontanare: «Noi lavoriamo su Reggio, c’è tanto da fare, quello che fanno a Roma non ci riguarda», dice. Salvo poi sperare che Zanichelli non venga espulso («È bravo») e ammettere la delusioni per le radici perdute: «Quel che è successo ha creato malumori, ma vanno rispettate le idee di tutti. Il tempo sarà arbitro, aspettiamo gli eventi».

E il Pd? Con Renzi che aprì la crisi “c’eravamo tanto amati”. Ma la certezza sembrava una: mai con la Lega sovranista. Questo almeno prima dell’intervento di Mattarella. Poi le posizioni sono cambiate, accentuando le sfumature. Ed è nato il governo (quasi) di tutti. «Non siamo nelle condizioni di porre veti a nessuno, porremo però questioni di principio», diceva due settimane il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, a proposito di un esecutivo con la Lega e Iv, poi votato da tutti i dem reggiani. D’altronde, diceva Abraham Lincoln, «la miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta». Sperom. —


E.Spa.