Contenuto riservato agli abbonati

Strage di Bologna, i delitti e i misteri di Paolo Bellini

La latitanza, gli omicidi e gli attentati. La carriera criminale della Primula Nera che dal 16 aprile dovrà affrontare il processo mandanti per l'attentato più efferato della storia della Repubblica, che causò 85 morti e oltre 200 feriti

REGGIO EMILIA. Autista del pullmino e istruttore di nuoto per l’albergo di famiglia della Mucciatella, ovvero l’hotel in cui all’indomani della strage fu trovato Ugo Sisti, all’epoca procuratore di Bologna, in compagnia di Aldo Bellini. Pilota di aerei con le false generalità brasiliane di Roberto Da Silva sempre per l’ex procuratore Sisti. Estremista nero che dal ritrovo reggiano del bar Cavour è stato in grado di radicarsi negli ambienti di Avanguardia Nazionale a cavallo fra Massa e Parma. E poi: ladro e ricettatore di mobili e antiquariato. E infine infiltrato in Cosa Nostra per conto dello Stato e, pressoché contemporaneamente, killer della ’ndrangheta emiliana, con un passato da testimone e collaboratore di giustizia. C’è chi sostiene che la carriera criminale della 67enne Primula Nera reggiana, Paolo Bellini, sia degna di una sceneggiatura di un film, di cui il rinvio a giudizio per concorso nella strage di Bologna – verso la quale si è sempre proclamato estraneo – rappresenta l’ennesimo colpo di scena, dopo il proscioglimento datato 1992 e revocato nel 2019 nell’ambito delle nuove indagini della Procura generale di Bologna, avviate nel 2017.

Gli atti iniziali? L’omicidio Campanile e quella latitanza in Sudamerica con le false generalità brasiliane di Roberto Da Silva, iniziata nel 1976 e terminata rocambolescamente nel 1982, non senza un alone di mistero che arriva fino ai giorni nostri: una delle tappe di snodo di una carriera criminale che attraverserà numerose stagioni italiane, cominciata un paio di anni prima sotto l’egida del padre Aldo, ufficiale delle Folgore legato agli ambienti fascisti, all’Msi e in odore di servizi segreti, il cui nome compare con una certa frequenza nell’inchiesta mandanti. Una figura di cui lo stesso Bellini riconoscerà sempre la forte influenza, se non sudditanza. Tanto da recarsi dietro i suoi ordini in Portogallo per verificare l’esistenza di estremisti di destra pronti ad intervenire in Italia per compiere attività di destabilizzazione politica. E tanto da dover recarsi anche nella Libia di Gheddafi, per una missione che saltò per la mancanza di un visto. Oltre quarant’anni di misteri, molti dei quali tornati ora sotto i riflettori, a cominciare dalle coperture nere in latitanza, fra Spagna e Sudamerica.

L’APPUNTO

“10/81 R.E. Tent. om.”. Per l’accusa: ottobre 1981, Reggio Emilia, tentato omicidio. È l’appunto trovato nell’agenda sequestrata in occasione dell’arresto, a Milano nel settembre 1983, dell’ex Nar, Gilberto Cavallini, condannato in primo grado nel gennaio 2020 all’ergastolo per la strage del 2 agosto. Uno dei tanti tasselli ricostruiti attorno alla figura della Primula Nera – all’epoca latitante – per la sua imputazione nel concorso in strage, di cui Bellini è indicato come esecutore di un disegno che vede fra gli organizzatori il capo della P2, Licio Gelli, con soldi legato al crac dell’Ambrosiano.

Accanto alla data un nome, Bellini Giorgio, per gli inquirenti riconducibile proprio a Paolo Bellini, che dal 16 aprile dovrà affrontare il processo mandanti del più efferato attentato della storia della Repubblica italiana, che provocò 85 morti e oltre 200 feriti. Nella storia del terrorismo, per la verità, esiste un Giorgio Bellini, il cui nome compare fra le carte della Commissione parlamentare sul “dossier Mitrokhin”, dove è indicato come un terrorista svizzero ed elemento di raccordo con le Brigate Rosse e il gruppo Carlos, in relazione a quella che viene definita la cosiddetta “pista palestinese” della strage, da sempre sostenuta dagli ambienti del centrodestra. La pensano diversamente gli inquirenti e il collegio di parti civili dei familiari delle vittime, che fra gli appunti di Cavallini trovano anche il nome di Sergio Picciafuoco, irriducibile di Terza Posizione, vecchia conoscenza della Primula Nera anche nell’ambito delle rivelazioni emerse durante il processo sulla Trattativa Stato-Mafia, definitivamente assolto dalla strage, ma di certo presente in stazione il 2 agosto. Per gli inquirenti, “Giorgio” è frutto di un errore di Cavallini, mentre le parti civili ipotizzano una sorta di copertura usata anche da altri militanti dell’estrema destra dell’epoca, perché nome di militanza dell’editore e all’epoca procuratore legale padovano neofascista Franco Freda.
 

LA DATA

Ma è sulla data che si concentrano gli inquirenti, quell’ottobre 1981 che nella biografica criminale di Paolo Bellini assume un significato particolare: il 2 ottobre 1981 diventa irrevocabile la sentenza a suo carico per il tentato omicidio di Paolo Relucenti, avvenuto il 22 settembre 1976, “responsabile” di una relazione extra-coniugale con la sorella della Primula Nera. È l’episodio dal quale, già nel novembre 1976, comincia la latitanza di Bellini, che si era reso autore già di altri delitti, confessati a distanza di anni. È il 1974 quando 21enne è autore di un attentato contro l’abitazione dell’avvocato Luigi Vezzosi per il fatto che quest’ultimo aveva difeso in una controversia civile un creditore del padre. È una delle numerose ammissioni della Primula Nera, che nel 2005 davanti alla Corte di Firenze riferisce di avere eseguito, su istigazione paterna, tre attentati con esplosivo. Oltre a Vezzosi, anche un notaio era stato indicato come inviso al padre della Primula Nera. Al 5 ottobre 1974 risale l’attentato contro la finestra della camera da letto dell’avvocato Dino Felisetti, che curava gli interessi di una coop creditrice di Aldo Bellini per l’esecuzione di alcuni lavori alla “Mucciatella”, mentre al 13 giugno 1975 risale l’omicidio dell’esponente di Lotta Continua, Alceste Campanile, confessato a distanza di decenni e maturato proprio negli ambienti di Avanguardia Nazionale, inquadrato dagli inquirenti della Procura Generale di Bologna nell’ambito di una strategia terroristico-eversiva che spalancò definitivamente alla Primula Nera la rete di conoscenze nell’eversione neofascista che ne agevolò la latitanza. Fu il neofascista Piero Carmassi, autista e guardaspalle del fondatore di Avanguardia nazionale, Stefano Delle Chiaie, a ospitarlo in Spagna prima del viaggio in Brasile, attraverso un passaporto falso già utilizzato dall’ordinovista, Elio Massagrande, entrando in contatto la rete di latitanti neri rifugiati in Sudamerica. Ed è alla rete di Avanguardia Nazionale che risale anche l’arma con cui Bellini compì il 9 settembre 1976 l’attentato ai danni del ristorante “Il Capriolo”, gestito dai familiari della sua ex moglie. Il movente? Quest’ultima era tornata nella casa di famiglia dopo l’abbandono di Bellini del tetto coniugale.

ANNI 80

Rientrato in Italia dopo gli anni brasiliani, la latitanza non pone fine agli attentati: il 10 giugno 1980 contro l’abitazione dell’avvocato Carmelo Cataliotti; due giorni dopo, il 12 giugno 1980, contro l’abitazione del professor Renzo Comastri. «Gli attentati alla villa dell’Avv. Cataliotti – scrissero nella sentenza del 2 luglio 1985 i giudici della Corte d’Appello di Bologna – si giustificano ampiamente sotto il profilo del movente, specie considerando come i Bellini fossero uniti nella difesa a qualunque costo come Roberto Da Silva degli interessi familiari». Arrestato per furto e detenzione abusiva di armi il 15 febbraio 1981 dai carabinieri di Pontassieve, in Toscana, mentre si addensano sospetti sulla sua reale identità comincia un giro nelle carceri italiane, finendo così a Sciacca nel 1981, dove entrò in contatto con Antonino Gioè, boss di Altofonte fra i responsabili della strage di Capaci del 23 maggio 1992, trovato suicida in carcere a Rebibbia in circostanze misteriose nel 1993, lasciando una lettera in cui c’è un riferimento anche alla Primula Nera, con il quale aveva tentato di imbastire la cosiddetta trattativa parallela sulle opere d’arte. Dopo l’arresto, Bellini rimase in carcere fino all’11 dicembre 1986. E dal certificato penale risulta una condanna inflitta dalla Corte d’Appello di Firenze il 17 giugno 1991, per il reato di ricettazione continuata commesso l’8 gennaio 1988. È il periodo dell’omicidio di Giuseppe Fabbri, suo ex sodale, imputazione da cui fu assolto, nonostante una confessione resa il 10 giugno 1999.

LA 'NDRANGHETA

Durante una detenzione a Prato, fra il 1988 e il 1990, nel frattempo, Bellini conobbe Nicola Vasapollo, entrando così nella faida di ndrangheta con i Dragone che seminò sangue fra Reggio e la Calabria. A cominciare dal tentato omicidio di Antonino D'Angelo, il 6 maggio 1990. Il 30 settembre 1990, a Crotone, avviene invece l’omicidio di Cosimo Martina, ammazzato per una lite stradale. Dopo due anni, nel marzo 1992, l’omicidio di Graziano Iori, avvenuto proprio nel periodo in cui Bellini era impegnato, per conto di apparati dello Stato, nella ricerca dei quadri sottratti alla pinacoteca di Modena nell’ambito della Trattativa. Il movente dell’omicidio venne dapprima indicato nel mancato pagamento di una partita di droga, successivamente nel tentativo di estorcergli la notizia sul luogo dove il ladro di opere d’arte Ivano Scianti, ritenuto da Bellini responsabile del furto dei quadri a Modena, aveva nascosto i dipinti sottratti alla Pinacoteca (recuperati dalle forze dell’ordine nel 1995 con lo zampino di Felice Maniero).

Una lunga di scia di sangue che nel 1992 continua con l’omicidio di Paolino Lagrotteria, il 13 agosto 1992 a Cutro, ucciso con colpi d’arma da fuoco su mandato di Nicola Vasapollo per vendicare la morte del fratello; l’omicidio di Luigi Vezzani, 12 ottobre 1992, confessato da Bellini il 10 giugno 1999, dichiarando anche qui di avere assassinato il suo ex sodale, alias Psyco, su mandato di Nicola Vasapollo per questioni relative traffici di stupefacenti, in particolare a un debito non pagato dalla vittima. E poi: 7 novembre 1992, data del duplice omicidio di Maurizio Puca e Domenico Scida. Bellini confessò l'omicidio il 28 settembre 1999, indicando come movente l’appartenenza di Puca alla famiglia Dragone.

Sempre al 1992, il 29 dicembre, l’uccisione di Domenico Lucano, confessato sempre nel 1999, considerato come un altro “dragoniano”. L’8 dicembre 1998, invece, l’omicidio di Giuseppe Abramo, sempre del clan rivale dei Dragone, che Bellini fra l’altro non aveva mai visto. Ma il 1998 è ricordato a Reggio Emilia soprattutto per l’attentato al bar Pendolino, il 12 dicembre, quando la Primula Nera lanciò una bomba a mano nel locale che era identificato come il ritrovo dei “Dragone”. Nel 1999 infine, il 16 aprile, l’uccisione di Oscar Truzzi (un giostraio nomade, confuso con la vittima designata di un agguato deciso dal gruppo Vasapollo) e l’1 maggio il tentato omicidio di Antonio Valerio, a colpi di calibro 38 al capo, non riuscito per pura fatalità. Bellini parlerà in seguito anche di questo mancato omicidio con un’intervista rilasciata proprio alla Gazzetta, nella quale si dichiarò pentito: «Ho ritrovato la fede grazie a Padre Pio: ora sono diverso e ho vergogna del passato». Un pentimento, arrivato tuttavia non prima di aver querelato il boss mafioso Giovanni Brusca: «Non ho mai suggerito le stragi alla mafia». —
<SC1038,169> RIPRODUZIONE RISERVATA