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La bomba le uccise la madre e il fratello: «Non riuscirò mai a elaborare il lutto»

La scandianese Maria Vaccaro chiede ancora sia fatta giustizia «Lo dobbiamo a tutti quei morti che nessuno ci restituirà più»

SCANDIANO. «È un lutto che non ho mai elaborato. Non credo si possa farlo. Le vittime non ce le restituirà più nessuno. Dico sempre che io non li ho mai sepolti, per me sono ancora vivi. E bisogna tenere vivo il ricordo. Sono morti ai quali dobbiamo giustizia». Lo scorso 2 agosto, in occasione del 40esimo anniversario della strage in stazione, la scandianese Maria Vaccaro era sul palco di piazza Maggiore insieme ai familiari delle vittime, mentre il presidente dell’associazione Paolo Bolognesi, davanti alle autorità, illustrava il lungo e troppo spesso ostacolato cammino della giustizia.

Un cammino che lunedì ha segnato una nuova e importante tappa, con il rinvio a giudizio della Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, indicato dalla Procura Generale come il quinto uomo della strage, nell’ambito del primo filone dell’inchiesta mandanti che il 16 aprile entrerà nel vivo con l’avvio del dibattimento.


Il 2 agosto 1980 Maria Vaccaro aveva 18 anni. «Ne avrei compiuti 19 dopo qualche settimana, a settembre», racconta. E ancora oggi ha negli occhi e nella memoria quei momenti strazianti, quando la terribile esplosione, alle 10.25 in punto, distrusse un’intera ala della stazione, provocando 85 vittime e oltre 200 feriti. Nell’attentato, Maria Vaccaro perse sua madre Eleonora Geraci, 46enne, e suo fratello Vittorio, all’epoca appena 23enne e da poco sposato con l’allora 21enne Adele Incerti, con la quale viveva a Casalgrande insieme alla loro figlioletta Linda, di soli quattro anni. Madre e figlio, residenti ad Arceto di Scandiano e Dinazzano di Casalgrande, si trovavano a Bologna per caricare una parente arrivata dalla Sicilia. Vaccaro aveva portato la madre in auto e i due erano in attesa del convoglio, a pochissimi metri dall’epicentro. L’esplosione li uccise sul colpo.

«Parlo a nome dei familiari delle vittime e della mia famiglia in particolare – spiega oggi Maria Vaccaro – siamo di fronte a un punto di svolta e ci auguriamo che questo processo porti a verità più profonde sulla strage. In questi anni, l’associazione delle vittime prima con Secci e ora con Bolognesi ha fatto grandi cose. Ed è giusto che si continui nella ricerca della verità. Noi saremo sempre in prima linea. Vedremo cosa succederà con il nuovo processo».

Quel 2 agosto di 41 anni fa, Maria Vaccaro vide le immagini dell’esplosione in tv. Sapeva che il fratello e la madre erano in stazione, ma mai avrebbe potuto immaginare che fossero fra le vittime della bomba. «Si parlava dell’esplosione di una caldaia, poi si avvertì l’odore dell’esplosivo. Mio cognato suonò al campanello e ci disse quello che era successo – ricorda oggi, parlando di quello che per molti è stato indicato come il primissimo depistaggio – Il treno doveva arrivare alle 9.30 da Palermo, ma avevano sempre ore di ritardo. Se fosse arrivato puntuale, mia madre e mio fratello non avrebbero perso la vita». Un tormento difficilmente superabile, anche a distanza di decenni, soprattutto quando – nel corso di questi anni – Maria Vaccaro si trova di fronte a persone che per un soffio sono scampate all’attentato, magari per un cambio di programma dell’ultimo minuto che li ha distolti dal recarsi in stazione quel maledetto 2 agosto.

«Mi viene da chiedermi: perché proprio a noi? Anche noi familiari siamo vittime. Non siamo morti e non siamo stati feriti, ma la nostra vita è cambiata da quel giorno. Io non ho mai accettato questa perdita. Ed è giusto, anche a distanza di 41 anni, che quando si apre uno spiraglio la giustizia provi a fare nuova luce. Quello che vorremmo sapere è la motivazione. Della strage, dei depistaggi. Si parla da sempre di strategia della tensione, ma che senso ha uccidere persone che stavano andando in vacanza?». Per Maria Vaccaro, e non solo, quella avvenuta in stazione «è una strage degli innocenti». Un lutto che solo il valore della memoria può aiutare a superare: «Per me sono ancora vivi come se fosse ieri, ma quell’evento è stato un trauma troppo grande, che non si può dimenticare. Erano usciti felici da casa. Stavamo organizzando il pranzo. Poi improvvisamente scopri che non torneranno più. Mio fratello aveva una bimba di 4 anni, cresciuta senza un padre. Ciascuno di noi familiari ha una storia da raccontare». Per tenere viva la memoria, da una decina di anni i Comuni di Scandiano e Casalgrande ricordano Vittorio Vaccaro ed Eleonora Geraci anche attraverso borse di studio per studenti, organizzate proprio in collaborazione con le famiglie delle vittime.

«Credo che la strage di Bologna sia una tragedia che abbia toccato tutti. Quando andiamo nelle scuole, vediamo ragazzi sensibili ai nostri racconti. Piangono, fanno domande, avvertono da vicino il dolore. È giusto sensibilizzare i giovani perché non si ripetano più eventi del genere, perché nessuno viva quello che abbiamo vissuto noi familiari. Ed è giusto che, anche a distanza di 41 anni, la giustizia continui a cercare la verità». —


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