«Nessun atto sconsiderato: l’esperienza li ha salvati»

Luca Pezzi (capostazione Saer) sui tre scialpinisti travolti: «Sono stati bravi. E Marini deve la vita a Caltabiano» 

VILLA MINOZZO. Quando la montagna, sabato, ha mostrato il suo lato più terrificante e maestoso, non ha colto impreparati coloro che hanno dovuto, loro malgrado, subirlo. «Sono stati sfortunati», ha rimarcato più volte, ieri, Luca Pezzi, del Soccorso alpino, capostazione Monte Cusna, con anni di esperienza di alta montagna alle spalle, riferendosi ai tre scialpinisti tratti in salvo dopo ore al cardiopalma.

I tre giovani scampati sono, tutti del modenese, sono Pierpaolo Flammia, 36 anni, e Daniele Caltabiano, 31 anni, entrambi di Modena, e Matteo Morini, 41 anni di Soliera. In particolare è Morini ad avere rischiato davvero la vita: è stato estratto da sotto due metri di neve e tratto così in salvo dal compagno di escursione Caltabiano, il più giovane della compagnia, ma anche colui che ha dimostrato grande sangue freddo e capacità.


«Sono stati molto bravi, in particolare chi ha tratto in salvo l’amico sepolto sotto due metri di neve e che ora gli deve la vita. Non è facile mantenere la calma in un frangente del genere e sapere usare a dovere strumenti non facili come l’Artva», commenta Pezzi, che, il giorno dopo l’accaduto, spiega anche la dinamica di quanto successo.

Avete operato in condizioni particolarmente difficili.

«È stato davvero molto impegnativo. Le condizioni erano terribili. Per freddo, vento gelido e nebbia. A un certo punto anche noi abbiamo dovuto fermarci per mezz’ora: non riuscivamo nemmeno a parlare tra noi. Ma i tre ragazzi coinvolti per fortuna erano preparati, esperti e ben attrezzati con Artva, sonda e pala».

Non è stato azzardato da parte loro un’uscita in quelle condizioni?

«Faccio fatica a condannarli. Sono tre scialpinisti esperti, conoscono la montagna e la frequentano, hanno anche esperienza nel volontariato. È vero, c’era un’allerta valanga marcato 3, ma chi pratica sport estremi esce anche in queste condizioni: fino al rischio 3, non oltre, lo scialpinista va, poi valuta le condizioni sul posto. Lo faccio anche io. A questi livelli la montagna la conosci anche nella dimensione del rischio, che, purtroppo, non è mai nullo. C’è da dire che loro sono stati anche sfortunati».

In che senso?

«Conoscevano i rischi, tanto che quando hanno capito la situazione hanno fatto la scelta giusta, hanno desistito dal raggiungere la vetta e hanno deciso di imboccare il Fosso di Prassordo, un canale molto ampio, ma il meteo li ha traditi. Può succedere anche ai più esperti. Hanno sbagliato strada e si sono ritrovati sul versante ovest, molto ripido».

Perché proseguire?

«Perché non lo sapevano. Al momento della valanga erano convinti di essere nel Fosso di Prassordo. In quelle condizioni, con tutto il bianco intorno, la bufera di vento e la nebbia, è facilissimo non capire dove sei. Essere convinto di essere in un posto e invece essere in tutt’altro».

Come sono andate le cose poi?

«Dopo la valanga Flammia si è trovato sepolto per metà con la faccia e le braccia fuori. Si è tirato fuori da solo. È stato il primo che abbiamo raggiunto. Marini invece è rimasto sotto due metri di neve mentre Caltabiano è stato solo sfiorato. A quel punto lui è stato bravissimo. Ha cominciato subito a cercare gli altri con l’Artva e si è messo a scavare. Non aveva alcuna visibilità. Di Flammia ha sentito la voce e ha capito che era in salvo. Marini invece non rispondeva. Con l’applicazione GeoResQ, collegata alla centrale operativa di Torino del Soccorso alpino, ha dato l’allarme e la posizione. L’Artva gli ha consentito di trovare il punto preciso dove si trovava l’amico, sotto la neve. E non ha perso tempo. Con la pala ha scavato fino a raggiungerlo. Gli ha liberato la faccia e lo ha schiaffeggiato per farlo riprendere. Poi lo ha liberato completamente».

A quel punto perché si sono separati?

«Tra loro non si vedevano, avevano perso l’orientamento. Flammia si è incamminato solo e lo abbiamo trovato subito. Marini e Caltabiano hanno preso un’altra direzione. Con i cellulari siamo riusciti ad agganciarli e a comunicare per un po’, ma poi si sono scaricati. Poi ci siamo dovuti fermare mezz’ora per le condizioni impossibili. Abbiamo ripreso appena si è riaperto e li abbiamo trovati».

Insomma sfortuna, ma anche tanta prontezza di riflessi e capacità.

«Esatto. Questi tre ragazzi sono stati molto bravi. Non è facile mantenere la calma in quelle condizioni. Soprattutto Caltabiano. Ha operato con estrema precisione. Marini gli deve sicuramente la vita. Daniele ha scavato e gli ha liberato le vie aeree: lui non era già più cosciente. Tutto entro i primi 15 minuti. Quelli fondamentali, durante i quali c’è il 90 per cento delle possibilità di trovare ancora in vita una persona travolta da valanga. Dopo scendono velocemente. Alla prima mezz’ora sono già al 40 per cento». —

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