Una diga da 30 milioni di metri cubi soluzione scelta per l’esigenza idrica

L’Autorità di bacino: «Deficit di 25 milioni di metri cubi, 4 scenari per i fabbisogni, il più impegnativo costa 250 milioni»

VETTO. Il primo progetto della diga di Vetto risale al 1860. Se n’è riparlato a lungo anche negli anni ’80 del secolo scorso. Ora, complice il cambiamento climatico, sembra tornare in auge l’idea di farla per davvero, una diga sull’Enza. O quantomeno l’aria sembra cambiata. Di recente la Regione Emilia Romagna ha chiesto al governo di finanziare con 5,5 milioni di euro uno studio di fattibilità tecnico-economica per realizzare un invaso sull’Enza.

Qual è la situazione?


«Abbiamo già fatto uno studio, presentato nell’agosto 2020, sulla risorsa idrica in Val d’Enza, finalizzato a individuare le strategie per contemperare disponibilità naturale di risorsa idrica, domanda di risorsa idrica e raggiungimento degli obiettivi ambientali», risponde Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità di bacino distrettuale del Po.

Cosa emerge dallo studio?

«Innanzitutto un numero: circa 25 milioni di metri cubi d’acqua. E’ il deficit per coprire il gap negli anni di siccità media. Colmando questo gap – spiega Berselli – si garantisce l’acqua a tutto il territorio e si risponde alle esigenze ambientali e ai problemi molto seri nel prelievo dell’acqua».

Come siete arrivati a questo numero?

«Prima di tutto, analizzando la normativa comunitaria: l’Europa ci chiede l’efficientamento delle reti, il miglioramento delle performance delle reti idriche».

Che, notoriamente, perdono parecchia acqua.

«Ora abbiamo un’efficienza di rete del 55%; con gli investimenti fatti, arriveremo al 65%».

Significa che un terzo dell’acqua va persa.

«Sì, ma sono dati migliori rispetto ad altri luoghi. Oltre agli interventi finalizzati al risparmio e alla razionalizzazione degli usi dell’acqua, non negoziabili perché già previsti dagli obblighi normativi vigenti, ci sono le azioni di riequilibrio della disponibilità idrica a scala locale, poi quelle a scala di area vasta, in base ai vari scenari».

Ecco, gli scenari: dal vostro studio ne emergono 4. L’ultimo è quello che comprende tutta la serie di interventi più semplici e anche la famosa diga. La prima fu ideata dall’ingegner Grisanti nel 1860, poi nel 1982 arrivò il progetto Marcello, che portò a costruire il “taglione”, zoccolo su cui avrebbe dovuto poggiare una diga da 102 milioni di metri cubi, alta 83 metri). Ma poi tutto si arenò, per le battaglie ambientaliste e per precise scelte politiche. Quali sono questi scenari? E qual è la diga che esce dal vostro studio?

«Una premessa importante: non sono quattro scenari distinti ma concatenati. Il secondo comprende il primo e va oltre; il terzo comprende i primi due e va oltre; il quarto comprende i primi tre e va oltre. Insomma, non si può fare “solo” la diga. Lo scenario 1 è quello di cui parlavo prima: l’efficientamento della rete, il recupero dei reflui. È un intervento sul breve periodo (3-5 anni), già in corso. Lo scenario 2 prevede la realizzazione di laghetti consortili, traverse e pozzi, oltre alla manutenzione straordinaria della traversa di Cerezzola. Anche qui siamo sul breve periodo (5-7 anni). Il terzo scenario prevede la realizzazione di una traversa in zona Currada e il ripristino a scopi irrigui e idropotabili dei serbatoi montani dell’Enel (6 milioni di metri cubi). Sono interventi sul medio periodo: fino a 10 anni. Il quarto scenario, oltre a tutto quanto elencato finora, prevede la realizzazione di un invaso da 25-27 milioni di metri cubi nella zona collinare, in un periodo medio-lungo (15 anni). Di questi 25-27 milioni di metri cubi, una ventina servirebbe per l’agricoltura e il resto per gli usi idropotabili, cioè per far fronte alla necessità di avere acqua di buona qualità prelevando meno dai pozzi. In sintesi: prima il risparmio, poi il riuso e poi l’invaso».

Esiste però un tavolo tecnico – composto da bonifiche, enti pubblici e privati – che parla di un fabbisogno generale di 56 milioni di metri cubi.

«Sì. Le azioni che abbiamo previsto vanno appunto a compensare la parte mancante, in base a una gravità media della siccità».

A proposito: si parla tanto di cambiamenti climatici, siccità e aumento della temperatura del pianeta, oltre che dell’abbassamento delle falde.

«Abbiamo considerato anche questi fattori. Con un anno secco, ad esempio, la falda perde un 20%».

Qual è il costo previsto per far fronte a questi quattro scenari? Nel vostro studio si parla anche di costi annui di manutenzione.

«Il primo scenario prevede un investimento di 9,2 milioni, con costi di manutenzione di 168mila euro annui. Peraltro, sono interventi non negoziabili perché da realizzare a breve, appunto, in quanto previsti nella pianificazione vigente. Il secondo scenario prevede costi cumulati di investimento per 30,8 milioni, con 1,2 milioni annui di manutenzione. Il terzo scenario, 63,5 milioni con 1,9 milioni annui di manutenzione. Il quarto scenario comporta investimenti per 250,1 milioni, con 5,6 milioni annui di manutenzione. In base alle nostre conclusioni, gli interventi previsti dai primi due scenari probabilmente saranno insufficienti nelle future condizioni. Gli interventi previsti dagli scenari 3 e 4 sono più adatti ad anni critici e al cambiamento climatico. Lo scenario 4, che da solo costa poco meno di 190 milioni, è potenzialmente il migliore nel medio-lungo periodo, in base all’analisi costi-benefici, beneficiando di usi plurimi».

I soldi chi li mette?

«Soggetti diversi. Ad esempio, in accordo con la Regione, per rifare la traversa di Cerezzola (intervento di cui c’è già il progetto), abbiamo già chiesto il finanziamento sul Recovery Fund per rifarla posizionando dei pannelli gonfiabili in grado di derivare l’acqua quando necessario, con gli annessi collegamenti. Già a marzo, al netto di quello che sta succedendo a Roma in questi giorni, sapremo se nel Recovery Fund saranno accandonate queste somme. Per l’invaso, invece, il referente è il ministero delle Infrastrutture, anche perché il Recovery Fund non finanzia i progetti. Lo studio di fattibilità tecnico-economica, che durerà qualche anno perché molto articolato, valuterà i vari aspetti, compreso quello geologico; dirà se e dove è possibile fare l’invaso. Se lo studio di fattibilità dirà che serve un invaso di tot milioni di metri cubi in quel luogo, si cercheranno finanziamenti per procedere. Nel frattempo, partiranno gli interventi previsti dagli altri scenari».

In base al vostro studio, pare comunque decisa la dimensione dell’invaso: 25- 30 milioni di metri cubi.

«L’ordine di grandezza è attorno ai 25-35 milioni di metri cubi perché è quello che emerge dallo studio sul modello idrogeologico. D’altra parte, la diga di Ridracoli, in Romagna, ha una capienza di 32,5 milioni di metri cubi e una altezza di 103 metri».

Più nel dettaglio, analizzando i vostri studi emergono sette tipologie di intervento sull’Enza. Una di queste prevede un invaso che somiglia moltissimo alla “fotografia” che emerge dalla vostra sintesi: una diga da 27 milioni di metri cubi, alta 50 metri, in località Le Gazze (Vetto), ad uso irriguo, idroelettrico e idropotabile. Costo stimato: circa 200 milioni di euro (stima 2019), con costi di manutenzione molto bassi (400mila euro annui) perché stimati nel 2010.

«Potrebbe essere quello, l’invaso. Anche il costo corrisponde a quello che dicevo prima. Va verificato se il luogo è adatto. Non abbiamo fatto noi i calcoli sul costo di gestione». —

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