Famiglia occidentalizzata, scatta l’inferno

Il padre marocchino non l’accetta e diventa violento: condannato a 3 anni. In aula si scusa: «Ho capito l’errore»

POVIGLIO. C’è un profondo scontro culturale, di cui ha pagato lo scotto la famiglia, nella vicenda giudiziaria chiusasi di recente con la condanna a tre anni di reclusione per un muratore marocchino 54enne, finito sotto processo per maltrattamenti, lesioni e sottrazione di minore. Errori su errori che però il nordafricano ha ora capito d’aver commesso e sta cercando di ricucire il rapporto familiare, anche con l’aiuto della figlia maggiore.

Nel 2017, dopo 18 anni di matrimonio, il nordafricano ha vissuto come inaccettabile il percorso di occidentalizzazione inevitabilmente intrapreso dopo tanto tempo in Italia dalla moglie e dai due figli divenuti adolescenti. E fra quelle quattro mura era scoppiato l’inferno. Alla moglie lui imponeva infatti di indossare il velo, vietandole poi di vedere altri uomini. Ma alle minacce verbali passava poi alle mani, picchiandola con schiaffi e pugni, spingendola anche contro il muro, davanti agli occhi dei figli, minacciandola anche con un coltello. In un’occasione il padre ha poi colpito la figlia (al tempo 15enne) con un bastone metallico e il figlio 12enne sempre con pugni e schiaffi, causando loro ferite evidenti, con ecchimosi e graffi che in quel caso erano stati giudicati guaribili in sette giorni. Atti violenti preceduti, in altri momenti, da percosse con un cavo della televisione o con la cintura. Oltre alle botte costringeva la figlia a non andare a scuola, minacciandola in caso contrario di «venirla a prendere con l’accetta». E, non contento, con gli altri due figli più piccoli andava con un escamotage in Marocco, sottraendoli in pratica alla moglie.


Un’escalation di costrizioni, botte e azioni insensate a cui moglie e figlia diranno “basta” denunciando il padre-padrone, innescando l’inchiesta della pm Maria Rita Pantani.

Da quell’incubo familiare sono trascorsi quattro anni e pian piano il muratore ha cominciato a rendersi conto di aver perso tutto, di aver devastato i suoi affetti più cari, di aver agito in un’ottica completamente sbagliata. Ha sempre seguito le udienze e davanti al giudice Chiara Alberti si è scusato per quei comportamenti assurdi. Lui permane agli arresti domiciliari, mentre la moglie – dopo aver vissuto in una località protetta vista la situazione delicata creatasi – si è ora riunita con i quattro figli.

E nel procedimento la figlia maggiore ha rinunciato a costituirsi parte civile, non solo perché non si sente più minacciata dal padre che prima non accettava nemmeno che lei avesse un fidanzato italiano, ma soprattutto perché vuole riallacciare il legame paterno, come testimonia una lettera che la ragazza (ora maggiorenne) ha fatto avere all’avvocato del padre che poi l’ha consegnata al magistrato giudicante. «Mio padre ed io abbiamo buoni rapporti – scrive la figlia – e dopo l’accaduto mio padre non è più come prima. Vorremmo ritornare a vederlo». Il difensore Costantino Diana si sta prodigando per ridare un futuro a questa famiglia: «Credo nella forza educativa del dialogo, specie se vi sono da superare muri culturali – rimarca il legale – e al momento è la giustizia che non permette a padre e figlia d’incontrarsi. Il mio assistito è stato vittima della sua mentalità, ma ora è cambiato tutto e bisogna proseguire nella strada della mediazione». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA