«Sfruttiamo la tranvia per trasformare la città partendo dal passato e guardando al futuro»

Riflessione dell’architetto Paolo Bedogni sul futuro di Reggio Emilia e sull’occasione rappresentata dalla realizzazione di un tram in città 

REGGIO EMILIA. La volontà di realizzare un tram che colleghi l’area di Mancasale con la frazione di Rivalta, passando direttamente per il centro storico, rappresenta l’occasione di «concretizzare un sogno: rompere la storica divisione tra città e periferia». Non ha dubbi Paolo Bedogni, noto architetto reggiano e presidente del comitato di Porta Castello.

La tranvia è un’opportunità da cogliere, integrandola con un più ampio piano di azioni che possa ridisegnare la Reggio Emilia dei prossimi anni in chiave moderna ed ecologica.


«Come è capitato in altre città, non solo italiane – spiega Bedogni – la tranvia attira, perché architettonicamente crea bellezza in movimento e in armonia con l’ambiente, arrivando a mobilitare per Reggio circa sei milioni di persone annue e riducendo il traffico delle auto di circa 1,4 milioni. L’alta velocità trasporta a Reggio i cittadini del mondo che saranno accompagnati in centro su rotaia e gli studenti digitali in movimento verso la nuova l’università nell’ex seminario».

In tutto questo la “sua” Porta Castello, prosegue l’architetto, tornerà finalmente a essere «uno snodo cruciale dei flussi del sistema di questa poliedrica mobilità di persone. Grazie all’università, Porta Castello si eleva a simbolo di Porta della “città sapiente”, del web 4.0, che trova il suo innesto storico verso la Reggia di Rivalta attraverso il rinnovato percorso Ducale».

Tradurla in architettura il maxi progetto della mobilità «potrebbe farci sognare, sfruttando l’occasione della tranvia e, se il finanziamento venisse approvato, delle micro-architetture di attesa, di connessione, di ascolto musica e interscambio con le bici progettate lungo il percorso, nonché studi appropriati del verde nel tragitto con piantumazioni e zone ricreative. Si potrà attuare un nuovo modello di sperimentazione urbana tra mobilità del futuro, sostenibilità e partecipazione dei cittadini».

CAMBIAMENTI RADICALI

Per concretizzare questo sogno, però, occorre «pensare la struttura della città come rete globale – chiarisce ancora Bedogni – mezzo di comunicazione della connettività internazionale, dell’efficienza, che trova nella stazione dell’alta velocità il suo simbolo architettonico riconosciuto. La città ha bisogno di simboli e l’architettura, con la sua arte, li traduce in una dimensione di società fatta di spazi comuni e recepisce richieste impellenti dal basso: più parchi pubblici, più orti, più piazze e strade pedonali, più rispetto, più aria pulita e attenzione per gli indifesi».

Oggi la città di Reggio, secondo l’architetto, ha dunque «alcune opportunità da sfruttare» per presentarsi preparata di fronte alla gestione delle sfide del futuro. Partendo da quella che dovrebbe essere un’urgenza per tutti: la salvaguardia dell’ecosistema, la tutela del verde pubblico, la riduzione dell’inquinamento.

RIDUZIONE Della CO2

L’architettura sostenibile, ricorda Bodogni, oggi è «agevolata con le procedure del Superbonus, il cosiddetto 110 per cento, e con la cessione del credito fiscale che offre ai cittadini la possibilità di trasformare gli edifici colabrodo in altrettante strutture che diventino autosufficienti dal punto di vista energetico. Risultato: riduzione di tonnellate di Co2 in atmosfera».

La nuova identità di Reggio, secondo la riflessione di Bedogni, deve nascere quindi dalla «sua storia, dalle sue radici che ne determinano il carattere originale», la reggianità. Che trova la sua «massima espressione nella progettazione corale tra varie discipline come l’architettura, l’ingegneria, l’ambiente, la fisica, la domotica, richieste a Reggio per un salto di qualità dell’abitare: trasformare la città con interventi di architettura sostenibile nell’ambito della conservazione edilizia, integrando natura ed edifici intelligenti».

E per farlo, prosegue l’architetto, è necessario «una sorta di direttore d’orchestra che faccia funzionare i vari esperti in un progetto unitario». D’altronde negli ultimi decenni «Reggio è stata maestra, non solo in Emilia-Romagna ma anche a livello nazionale, di esperienze di restauro dei monumenti, dove tale progettazione specialistica è emersa con autorevolezza». I palazzi del centro e gli edifici vincolati restaurati sono la prova di come la città abbia contribuito al dibattito culturale con propri rappresentanti in convegni nazionali in collaborazione di altrettante Soprintendenze.

Basti pensare a quanto fatto «a Palazzo Magnani, palazzo da Mosto, palazzo San Giorgio, il complesso di San Pietro, palazzo Bussetti e palazzo Masdoni, la Madonna della Ghiara, la cattedrale, o la Chiesa del Cristo».

porta castello

Tornando quindi a Porta Castello, nelle intenzioni di Bedogni il quartiere potrà diventare, grazie al tram, ancora più cruciale per la città: «Potrà candidarsi a essere uno spazio intermodale, con stazione di attesa e accoglienza della tranvia, recuperando il valore di cerniera per rivitalizzare il centro storico inteso come vero e proprio centro direzionale prevalente».

Una sorta di nuova porta alla città storica «potrebbe essere occasione di un concorso di idee internazionale di architettura in grado di recepire i progetti e finanziamenti già in essere del Percorso ducale e le nuove istanze della realizzazione della tranvia da integrare in un progetto unitario». Insomma, non fermarsi al “solo” tram ma allargare lo sguardo per «definire una diversa concezione dell’anello di circonvallazione, inteso come tracciato verde e di permeabilità dei reggiani delle zone residenziali adiacenti verso la linea tranviaria».

Il tracciato del tram, infatti, attualmente prevede un ingresso da viale Umberto I e Porta Castello, passando da viale Monte Grappa per raggiungere la stazione e proseguire su viale Piave. Il concorso di idee, ne è consapevole Bedogni, è senz’altro «un’opera avveniristica, pensata con strutture trasparenti, verde sulle coperture, simbolo non solo della tranvia in centro ma di un’intera città che si colloca dentro la rivoluzione informatica».

Lo spazio adeguato oggetto del concorso, secondo l’architetto, sarebbe costituito dallo slargo urbano di piazzale Diaz, compreso l’incrocio di Porta Castello, «storico luogo concepito come spazio di risulta dall’abbattimento delle antiche mura, dell’antico edificio preesistente posto a chiusura dell’attuale via Ariosto e poi sostituito dalle due Gabelle del Dazio anch’esse abbattute».

Un progetto che «potrebbe essere inteso come una ricostruzione, con regia pubblica e in chiave contemporanea, di volumi demoliti dal XIX secolo, compresa la visibilità di probabili reperti archeologici. Concorso internazionale che inviti la città a ripensarsi e soprattutto ad un dibattito attivo. La frase di Derrida, “cosmopoliti di tutti i paesi, ancora uno sforzo”, possiamo dunque estenderla a tutti gli architetti e ai politici della nostra città, inseriti in questa era digitale della quale non si può scegliere di non farne parte». —

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