Sarcone si dissocia, primo caso in Italia Ma nessuna attenuante: 14 anni e mezzo

A sorpresa la presa di distanza dalla ’ndrangheta da parte dell’imputato. Lo sconto di pena solo per la riunificazione dei riti

BOLOGNA. Gianluigi Sarcone si dissocia a sorpresa, in una lettera, dalla cosca e l’udienza diventa improvvisamente storica. Perché è il primo caso, in Italia, di dissociazione dalla ’ndrangheta. In passato alcuni imputati l’avevano annunciato in altri procedimenti, ma il loro proposito non si era però mai realizzato.

Confessione e presa di distanza dal clan («Me ne dissocio») giudicati però tardivi. C’è soprattutto questo nella sentenza di condanna del 49enne Gianluigi Sarcone, emessa ieri al culmine dell’ultima, intensa, udienza del maxiprocesso d’appello di Aemilia (stralcio dal filone principale perché la difesa aveva ottenuto la ricusazione di un giudice). Nella pena a 14 anni e mezzo di reclusione – oltre al pagamento di 10mila euro di multa – non c’è traccia di attenuanti generiche, mentre sono state confermate tutte le accuse nei confronti dell’imprenditore d’origine cutrese considerato mente economica e stratega mediatico della cosca ’ndranghetista emiliana con Reggio Emilia come epicentro.


Lo “sconto” di pena (di 5 anni e 4 mesi di cella) effettuato dalla Corte presieduta da Luca Ghidini (a latere i giudici Enrico Saracini e Carlotta Franceschetti) è solamente riconducibile alla messa in continuazione dei due riti (abbreviato per l’associazione mafiosa, ordinario per le altre accuse) con cui Sarcone è stato processato. Quindi è stata accolta in pieno l’impostazione data dal sostituto di pg Lucia Musti, con l’unica differenza che rispetto all’accusa il collegio giudicante è partito da una pena base più bassa rispetto a quella considerata dalla rappresentante dell’accusa e che l’aveva portata a chiedere 18 anni di carcere. Nell’austera aula Bachelet della Corte di appello di Bologna l’udienza si è esaurita ieri mattina in poco più di due ore.

Aprendosi con l’inaspettata lettera di Sarcone, scritta nel carcere di Viterbo (dove è ristretto) e letta dal presidente Ghidini. Colpo di scena accompagnato dalle parole, in videoconferenza, dello stesso imputato che ha chiesto di fare “dichiarazioni spontanee” prima che i giudici si riunissero per la sentenza. Magro, maglione e jeans, voce che tradisce un po’ d’emozione, i gesti con le mani che accompagnano le poche parole con cui Sarcone chiede scusa a tutti, fa riferimento alla pressione mediatica sui cutresi che a suo parere si ricava leggendo gli articoli degli ultimi anni. Una dissociazione in extremis che non convincerà i giudici. Fra l’altro, nelle repliche, il sostituto pg Musti – per tutta risposta alla lettera confessoria – ha depositato le due sentenze che ben spiegano come non sia stato assolutamente creduto il pentimento del fratello Nicolino Sarcone. La sentenza ha confermato – inoltre – anche i risarcimenti disposti in primo grado per le non poche parti civili (Regione, diversi Comuni, sindacati e altre realtà) costituitesi contro l’imputato. Fra queste c’è Libera: «Sul calcolo della pena vedremo fra 90 giorni nelle motivazioni della sentenza – commenta l’avvocatessa Enza Rando che tutela l’associazione antimafia – comunque ha perfettamente retto l’impostazione accusatoria, il che conferma il buon lavoro fatto dalla magistratura inquirente».