La medaglia d’onore a Imerio e Guerrino sopravvissuti all’orrore dei lager

Imerio Piccinini in una foto scattata nel dicembre del 1941 a qualche mese dall’arruolamento

I cugini Piccinini furono catturati dopo l’8 settembre 1943. Figlie e nipote riceveranno il riconoscimento per loro

CADELBOSCO SOPRA. Dell’orrore della prigionìa in un campo di concentramento delle SS, le figlie sanno dai racconti del padre, Imerio Piccinini, classe 1921, che quell’orrore ha continuato a riviverlo per sempre nei suoi sogni. La deportazione è stata un’esperienza che ha segnato la sua vita, come quella di tutti coloro che sono tornati da quell’inferno, fantasmi di se stessi.

Guerrino Piccinini


Ora a Imerio, come anche a Guerrino Piccinini, anche se dopo la loro morte – i due sono figli di cugini, il primo è venuto a mancare il 25 agosto 1993, il secondo nel 2003 a 88 anni –, l’Italia riconosce il dovuto tributo. Il 27 gennaio, data in cui ricorre la Giornata della Memoria, in Prefettura a Reggio Emilia i familiari riceveranno per loro la medaglia d’onore riservata ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti. Per Imerio ci saranno le figlie Loretta e Antonella Piccinini. Per Guerrino il nipote Fabrizio Piccinini.

Una famiglia numerosa, quella dei Piccinini, da generazioni residente a Villa Argine, e che pagò un terribile obolo a entrambe le guerre mondiali.

Che significato ha per voi, Loretta e Antonella, ricevere questa medaglia?

«Sarà un momento emozionante e importantissimo. Per nostro padre e per tutti gli altri, persone che persero gli anni più belli conoscendo a che atrocità può arrivare l’uomo».

Quando e per quale motivo vostro padre venne deportato?

«Imerio fu chiamato alle armi nel gennaio 1941, quando non aveva ancora 20 anni. L’11 settembre 1943, non avendo aderito alla Repubblica di Salò, fu catturato con gli altri come lui a Pinarolo, dove era in cavalleria».

Cosa vi ha raccontato di quei momenti?

«Quando vennero catturati furono caricati tutti su un vagone da bestiame insieme ad altri deportati. Viaggiarono su quel treno in condizioni disumane e senza mangiare, per tre giorni e tre notti prima di raggiungere la Germania. Ricevettero solo un caffè latte e del pane da frati cappuccini di un convento in Svizzera, durante una breve sosta. All’arrivo furono separati, i deportati militari, da quelli politici e dagli ebrei. Alcuni furono subito indirizzati ai campi di sterminio. Gli altri per un certo periodo rimasero insieme. Mio padre e un gruppo di altri suoi compagni furono destinati a un quartiere di Amburgo. Un anno dopo la cattura, il 10 settembre 1944, fu trasferito ad altra destinazione. Venne destinato a fare il muratore».

Cosa altro sapete?

«Papà non amava parlarcene spesso. Raccontava che lavorava in una zona di mare, un porto. Vi venivano portati ogni giorno a bordo di camionette. Mangiavano bucce di patate e avanzi di cibo. Una notte, dopo una festa con un gran banchetto dei soldati nazisti, entrò nei saloni ormai vuoti per rubare del cibo avanzato. Il giorno dopo i prigionieri vennero tutti schierati nel cortile: volevano scoprire chi fosse stato l’autore del furto confrontando le impronte con le suole delle scarpe. Un funzionario interno che lo aveva preso in simpatia, avvicinò nostro padre in tempo per fare lo scambio di calzature. Fu così che scampò a morte certa».

C’è un episodio che vi ha colpite più di altri?

«Durante l’internamento un ragazzo che era stato catturato con loro si ammalò. Dovette resistere perché se i tedeschi lo avessero saputo lo avrebbero ammazzato. Quel giovane poi morì, durante uno degli spostamenti dal quartiere di prigionia al mare. Il suo corpo fu buttato giù dal camion sul ciglio della strada, vicino alla spiaggia. Il cadavere non fu mai spostato e gli altri deportati ne videro lo scempio del tempo nei giorni a seguire. A Natale poi, arrivò dalla famiglia del ragazzo un pacco: non li avevano avvisati di quanto era accaduto. Il pacco era pieno di alimenti: nessuno della camerata osò prenderne, nonostante la fame e gli stenti. Piangevano tutti, pensando a quel corpo che avevano visto gonfiarsi in quel tratto di spiaggia...».

Quando avvenne la liberazione e il rientro a casa?

«Furono tutti liberati dagli anglo-americani il 3 maggio 1945. Nostro padre raggiunse in treno Verona, poi da lì arrivò a casa a piedi. Quando tornò i suoi non lo riconobbero. Pesava meno di 40 chili. Tornò a fare il contadino. Poco dopo il suo rientro ebbe una terribile caduta da cavallo e rimase immobilizzato a letto per diverso tempo. Sposò nostra madre, Ondina Gallingani, nel 1956. Gli incubi non lo lasciarono mai. Ma avere visto tante brutture però non lo aveva cambiato, anzi, nessuno era buono come lui. Esserlo per lui voleva anche dire mettere una distanza ancora più grande tra sé e la bestialità di cui era stato vittima».

Dello stesso orrore ebbe esperienza anche Guerrino Piccinini, chiamato così proprio perché fu concepito e nacque, il 14 agosto 1915, nel durante la Grande Guerra; 15 giorni dopo la sua nascita il padre Oreste fu chiamato al fronte, insieme a fratelli e cugini; alcuni di loro persero la vita, il caporale di fanteria Oreste invece, catturato dai tedeschi dopo Caporetto e trasferito nel campo di prigionia di Alten Grabow (Germania Settentrionale), dopo l’armistizio tornò a casa e ai propri campi. Dal 1936 Guerrino conobbe più volte l’esperienza della vita da soldato, prima per il servizio di leva, svolto a Imperia, nel 41esimo Reggimento fanteria Modena, poi perché richiamato una prima volta nell’inverno tra il 1939 e il 1940, e la seconda nel giugno 1940 quando fu mandato alla frontiera alpina Occidentale con il 37esimo battaglione mortai 81. Combattè anche nei Balcani come caporal maggiore.

Il 9 settembre 1943, due giorni prima di Imerio, fu fatto prigioniero dai tedeschi. Fu internato in diversi campi di concentramento, tra i quali quello di Dresda, dov’era costretto a lavorare in un’industria bellica nascosta dentro a una montagna. Erano quelli i mesi in cui, tra febbraio e aprile 1945, la splendida città d’arte della Sassonia venne bombardata e rasa al suolo.

Anche per Guerrino, poco più grande di Imerio, la vita fu inchiodata all’orrore per ben due anni. Rimarrà prigioniero fino al 23 aprile 1945. “Trattenuto” dalle forze armate Alleate altri quattro mesi, il 23 agosto, dopo 714 giorni dalla cattura, tornò libero. Rientrato a casa riprese anche lui a coltivare la terra con i genitori, che avevano alcuni terreni, insieme a due fratelli e cinque sorelle. Morì, celibe, nel 2003 a quasi 88 anni. Ora, a distanza di ben 76 anni, l’Italia gli renderà il dovuto omaggio. —

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