«La diga per evitare pure i danni a valle»

Lino Franzini, storico sostenitore dell’invaso sull’Enza dopo le aperture da parte dell’assessore regionale Priolo

VETTO. «Fermiamo le acque in montagna, fermiamo i danni a valle». È quanto afferma Lino Franzini, presidente del Consorzio del bacino imbrifero montano dell’Enza, da decenni sostenitore della necessità di costruire la diga sull’Enza a Vetto. Nei giorni scorsi sull’argomento vi sono state alcune novità, compresa la presa di posizione di Irene Priolo, assessore all’Ambiente della Regione Emilia Romagna, intervenuta al primo appuntamento del neonato “Contratto di fiume del torrente Enza”. Secondo l’assessore, il progetto dell’invaso sull’Enza non è stato bocciato, ma si farà, trattandosi di «una priorità».

QUALE INVASO?


Certo, i “dighisti” si saranno chiesti qual è il tipo di invaso immaginato dalla Regione: la diga dello storico “progetto Marcello”, alta una novantina di metri, oppure un invaso dalle dimensioni molto più contenute? «Gli eventi climatici estremi, quali alluvioni, siccità, incendi si stanno susseguendo con una periodicità impressionante – argomenta Franzini –. Non passa settimana che non siamo soggetti ad un allarme meteo, non c’è località risparmiata. La stessa Venezia, la città più bella e romantica d’Italia, sembra avere il destino segnato; oggi solo il Mose, contestato con ogni mezzo per decenni, è l’unico strumento in grado di proteggere parzialmente la città».

Per Franzini, l’invaso di Vetto «eviterebbe danni da esondazioni e da siccità, ma non si procede alla ripresa dei lavori, nonostante da decenni si assista a continui allagamenti di campagne, paesi, strade, versanti erosi, ponti chiusi e danni ingentissimi all’agricoltura. Sembra che tutto ciò sia un bene e non una escalation di danni impressionante».

SI TORNI AL 1980

Per Franzini, «se vogliamo evitare che le acque esondino a valle occorre invasarle a monte, se esiste la possibilità di farlo; ove non sia possibile, si cerca di intervenire con vasche di espansione a valle, ma ciò comporta l’occupazione di terreni pregiati, risultati limitati, costi elevati e senza ritorni economici. La risoluzione dei problemi irrigui e delle esondazioni dell’Enza fu affrontato in modo risolutivo nel 1980 con l’affidamento della progettazione dello sbarramento di Vetto e con l’inizio lavori nel 1988, in quanto era chiaro che la pendenza media dell’Enza, che a Vetto è dell’1%, si riduce al 2,4 per mille a monte di Sorbolo, ed è proprio qui che il fiume esonda in caso di piene. Di qui l’interesse di realizzare un serbatoio di una discreta capacità idrica nella Stretta di Vetto, località definita un “miracolo” per le sue caratteristiche. Un piccolo sbarramento di 82 metri di altezza e di 320 di lunghezza in sommità (coronamento), consentiva un discreto volume idrico, utile all’irrigazione dei terreni coltivi della pianura Parmense e Reggiana e, nello stesso tempo, ne migliora l’economia grazie alla garanzia irrigua nel periodo estivo. Accanto a questo specifico compito, il serbatoio poteva essere utilizzato per la produzione di energia elettrica, compatibile con le destinazioni irrigue e di laminazione».

Franzini cita la realizzazione di invasi «da decine e decine di miliardi di metri cubi d’acqua in ogni parte del mondo», mentre « a Vetto non si decide la ripresa dei lavori di uno sbarramento di 20 metri più basso di quello di Ridracoli, che garantirebbe 93,4 milioni di metri cubi d’acqua, in grado di trattenere ulteriori 30 milioni di metri cubi in caso di alluvioni, per laminare la cosiddetta piena millenaria. Ora la situazione è resa maggiormente preoccupante dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento; l’Ocse fa presente che tra poco più di un decennio metà della popolazione mondiale vivrà in aree ad alta tensione per insufficienza idrica, e questo provocherà grandi migrazioni demografiche».

LE MICROPLASTICHE

«A Reggio Emilia e Parma dovrebbe preoccupare anche l’inquinamento delle acque usate per irrigare le terre del Parmigiano Reggiano, pomodori, cocomere, mais, eccetera – prosegue Franzini – in quanto è risaputo che le acque di grandi fiumi hanno vari inquinanti, comprese le microplastiche (si parla molto dei probabili effetti nocivi sull’uomo). Le risorse di acqua dolce costituiscono solo il 2,5% delle acque del pianeta, a fronte del 97,5% delle acque salate, ma inquinamento e cambiamenti climatici stanno riducendo l’utilizzo delle acque dolci a fronte di maggiori richieste dovute all’aumento della popolazione mondiale. Sempre l’Ocse fa presente che le carenze idriche innescheranno conflitti mondiali in vari stati. Nonostante questi avvertimenti le acque dell’Enza si mandano a mare e non si riprendono i lavori di costruzione dello sbarramento. I benefici del serbatoio di Vetto, come da progetto, non sarebbero riservati solo a valle; un invaso a monte che in estate garantisca la presenza di un lago navigabile e balneabile, come quello del progetto, garantirebbe sviluppo turistico, lavoro, rivalutazione del patrimonio immobiliare, miglioramento della viabilità e tanto altro».

LE DIMENSIONI CONTANO

Franzini e i dighisti hanno «un solo timore. Temiamo che chi si oppose alla sospensione dei lavori, al danno di allora, aggiunga la beffa di oggi con la realizzazione di un invaso di circa 25-30 milioni di metri cubi, che darebbe poca acqua a valle e nessun beneficio a monte; anzi, a monte darebbe solo danni: in estate si avrebbe un invaso vuoto, visto che l’uso primario è quello irriguo».—

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