I sindaci scrivono al governo: «Ristoranti aperti a pranzo per le migliaia di lavoratori»

Pausa pranzo al tempo del Covid

Distretto ceramico, Daviddi di Casalgrande e Cavallaro di Rubiera chiedono riaperture parziali sotto stretta vigilanza

DISTREETO CERAMICO. Riaprire in sicurezza i ristoranti, almeno per il pranzo. Riaprirli per dare ossigeno al settore e per dare opportunità di pasti comodi alle migliaia di lavoratori oggi costretti ad arrangiarsi alla meno peggio. Una richiesta che arriva dal distretto ceramico, sotto forma di due proposte fatte dal sindaco di Casalgrande Giuseppe Daviddi e da quello di Rubiera Emanuele Cavallaro.Una provenienza geografica non casuale, il distretto fra Tresinaro e Secchia è una delle principali aree produttive d’Italia, con tantissimi ristoranti e locali e migliaia di persone che ogni giorno lo animano.

Le restrizioni figlie dell’emergenza, che costringono alla chiusura al pubblico i ristoranti in zona arancione, stanno lasciando qui un segno particolarmente pesante, sia per il tessuto economico sia per le abitudini dei lavoratori. Il casalgrandese Daviddi lancia una proposta sottoscritta dai presidenti provinciali delle principali associazioni di categoria, Davide Massarini di Confcommercio, Giovanni Campani di Confesercenti e Tiziana Elgari di Cna, inviata al Presidente del consiglio Antonio Conte, ai presidenti di Regione e Provincia Stefano Bonaccini e Giorgio Zanni, al prefetto e al questore di Reggio e al presidente di Anci regionale Andrea Gnassi.

Giuseppe Daviddi, sindaco di Casalgrande


Riaperture parziali. Daviddi e le associazioni di categoria propongono un protocollo che permetta le riaperture parziali, affiancate da controlli stringenti, in cui coinvolgere enti locali e volontariato, per evitare assembramenti. L’amministrazione comunale di Casalgrande «si rende disponibile – scrive Daviddi – a svolgere la funzione di ente mediatore fra le attività maggiormente colpite da questa emergenza sanitaria e le forze dell’ordine, con l’ausilio del volontariato che da sempre coadiuva la nostra azione amministrativa». I firmatari ritengono «che seguendo e facendo rispettare procedure corrette, l’attività degli esercizi pubblici possa essere svolta in sicurezza all’interno dei locali almeno fino alle 18, per poi concludersi con l’asporto. Per garantire che non si formino degli assembramenti nei pressi dei locali, l’amministrazione pubblica deve sostenere una attività di controllo costante nei pressi degli esercizi».

Questa riapertura permetterebbe di dare un minimo di sollievo al «tessuto locale imprenditoriale di questo settore allo stremo». Nel concreto, «l’apertura potrà avvenire solo sotto una attività di controllo svolta da forze dell’ordine e da volontari con intervalli regolari, per verificare la presenza di assembramenti nei pressi dei locali». L’intervento sarebbe prezioso non solo per i locali, ma per l’intero comprensorio: «Le attività sono un importante punto di riferimento per coloro che lavorano con le aziende del nostro territorio. Artigiani, autotrasportatori, agenti di commercio sono fortemente penalizzati da queste chiusure, non avendo a disposizione alcun punto di appoggio dove trovare ristoro».

Emanuele Cavallaro, sindaco di Rubiera


Rischio proteste. Il sindaco di Rubiera Emanuele Cavallaro scrive invece al ministro della Salute Roberto Speranza, ribadendo a propria volta le preoccupazione per l’intero contesto e per le possibili proteste di cui si sono già avute avvisaglie in queste settimane. «Temo ci si stia avvicinando allo “spezzarsi” di un intero settore», avvisa. Ma non solo: «A differenza di quanto accade, magari, in altre attività in drammatica difficoltà – pensiamo alle palestre, ai cinema, ai teatri – nel settore della ristorazione l’attuale complesso di norme pare, in diversi casi, creare situazioni contraddittorie anche sul piano della sicurezza igienico sanitaria».

Da un lato, i ristoranti e i bar non possono aprire a pranzo. Dall’altro, i lavoratori si trovano senza un riferimento per la pausa. «Le modalità di lavoro negli ultimi decenni sono radicalmente cambiate e ben pochi lavoratori hanno la possibilità di rientrare a casa a pranzo. Di questo anche il Dpcm tiene conto, lasciando infatti la possibilità di tenere aperte le “mense” e i “catering”», fa presente Cavallaro. Ma ugualmente, migliaia di persone devono arrangiarsi. «Sono numerosissimi i casi di aziende che non sono in grado di garantire questo tipo di servizio. Ci sono poi trasfertisti, trasportatori, operatori dei cantieri, ma anche operai di piccole aziende che in questa fase sono costretti a mangiare in auto, sui camion, nei cortili delle aziende, sui marciapiedi» sottolinea il primo cittadino.

«Ci hanno raccontato di dipendenti che si vedono costretti a mangiare negli spogliatoi, viste le temperature invernali del periodo. Altro problema da non trascurare, naturalmente, l’inaccessibilità dei servizi igienici». Per questo, è la richiesta, si dovrebbe «dare sempre la possibilità a chi si trova fuori casa per lavoro di mangiare seduto a un tavolo». «Stabilire un principio, dunque, che dica che nel pubblici esercizi si può consumare, rispettando norme di sicurezza persino inasprite in termini di capienze e distanze, se necessario, per lavoro. Credo potrebbe essere una soluzione a cui guardare» conclude Cavallaro.