Reggio Emilia, focolaio alla Casa di Carità: 38 anziani positivi, 4 sono morti

Il virus è entrato nella struttura contagiando tutti gli ospiti e 17 operatori su 27 «Infettati dopo le feste di Natale. Tutta la nostra rete necessita di più risorse»

REGGIO EMILIA. Hanno tentato di bloccare quel pericoloso intruso, ma isolamento, accessi riservati e dispositivi di protezione non sono bastati. La minaccia invisibile più temuta al mondo è riuscita comunque a varcare la soglia protetta della Casa di Carità di Pieve, infettando tutti i suoi anziani ospiti, nessuno escluso, così come oltre la metà del personale.

«In poco tempo è diventato un focolaio» racconta Roberto Magnani, direttore di Fedisa, l’associazione che riunisce le case protette delle parrocchie reggiane. Piccoli presidi sanitari considerati comunità coese, sferzati dalla pandemia che ne sta minando anche le fondamenta economiche. «Purtroppo a Pieve abbiamo avuto quattro decessi – spiega –. La situazione non è semplice anche perché 17 dei 27 operatori della Casa di Carità sono risultati a loro volta contagiati. Ai timori per la salute dei nostri anziani si stanno aggiungendo anche quelli della sostenibilità di un modello. Non siamo grandi aziende ma piccole realtà che stanno dando fondo alle loro riserve per aumentare i dispositivi di sicurezza e assumere i sostituti di chi è a casa in malattia, ma per noi nessun aiuto. Non so quanto possiamo andare ancora avanti senza un ristoro». Nel Reggiano la situazione nelle strutture di assistenza è tornata a essere complessa.


«La situazione non è rosea anche altrove – dice Magnani –. Hanno dovuto chiudere un reparto all’ospedale di Montecchio e di Correggio per il Covid. Vuol dire che il virus circola, soprattutto per effetto delle feste natalizie. I nostri anziani di Pieve sono stati contagiati probabilmente da un contatto interno. È subito stato avviato il presidio medico e dieci di loro sono stati ricoverati in un reparto Covid. L’auspicio è che tra 10-15 giorni si possano negativizzare. Inoltre il focolaio è stato rilevato il giorno prima di quello in cui dovevano fare il vaccino. Davvero una beffa».

Dei quattro ospiti morti, due erano già in condizioni precarie. «Sono decessi legati al focolaio – dice Magnani –. La struttura è andata in affanno per l’alto numero dei dipendenti contagiati, soprattutto Oss e infermieri, compresa la coordinatrice, che è ancora a casa. A livello organizzativo sono emergenze che mettono a dura prova». La cooperativa San Michele Arcangelo, che gestisce la struttura adiacente alla parrocchia lungo la via Emilia, ha dovuto provvedere all’improvvisa carenza di personale tramite le agenzie di somministrazione e i distacchi. «Noi siamo piccole realtà familiari, su 17 strutture abbiamo ora due focolai. Oltre a Pieve c’è anche Baiso, dove anche lì doveva partire poco dopo la vaccinazione per i nostri ospiti. Ora credo che dovranno aspettare dei mesi prima di farlo, secondo quanto sentiamo dire in giro. Il nostro primo impegno è di contenere e risolvere i focolai nel minor tempo possibile, sperando che anche gli operatori tornino presto sani al lavoro. Certo è che nel bilancio 2020 avremo forti perdite in tutta la nostra rete. I gestori ci parlano di una riduzione dei fatturati del 30-35% e costi molto più alti. L’assurdità è che a noi non spetta alcun ristoro perché non siamo servizi sospesi. Ma su 745 posti delle varie strutture se ne sono liberati 125 e non riusciamo più a riempirli. Le famiglie hanno paura e non gradiscono poi di non poter più entrare nelle strutture. L’equilibrio del modello si è incrinato ma noi siamo indispensabili. Basti pensare a Ventasso, dove siamo l’ultimo presidio che offre assistenza e posti di lavoro. Perdendo noi si rischia di perdere più di una semplice Rsa. Ma non c’è stato un euro di ristoro. Così il 2021 sarà ingestibile». —

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