«Disagio sempre più diffuso nella fascia adolescenziale»

L’assessore De Franco sulle scene riprese nella clip e sui casi si spaccio tra minori: «Il lockdown ha amplificato una problema già critico»

reggio emilia. Un problema reale, un misto fra disagio adolescenziale che si fonde con la microcriminalità, amplificato e reso ancora più critico dopo questi lunghi mesi di lockdown e di sfaldamento delle trame del tessuto sociale e assistenziale.

La vicenda del video shock girato al Villaggio Stranieri e dell’esaltazione di armi e droga fra i giovanissimi che contiene è, per l’assessore comunale Lanfranco De Franco, solo la punta di un fenomeno esteso e presente, non solo a Reggio Emilia. «Il disagio nella fascia d’età adolescenziale – commenta l’assessore con delega alla Casa e alle Politiche abitative – è ahimè abbastanza diffuso. Al di là del caso specifico del video, che preoccupa, dopo il primo lockdown le segnalazioni di atti vandalici o assembramenti non giustificati sono aumentate. E non solo al Villaggio Stranieri, penso ad esempio ai centri sociali distrutti da gruppi di ragazzini. Le chiusure necessarie per contenere la pandemia hanno amplificato ed esasperato un problema già esistente».


Le criticità, insomma, sono ancora più macroscopiche e «il mio assessorato – prosegue De Franco – quando riceve delle segnalazioni di problemi gravi le giriamo sempre ai servizi competenti, dagli stessi servizi sociali alle forze dell’ordine come nel caso di episodi di spaccio. Il fenomeno della diffusione e del consumo di droga, anche tra ragazzini, si è amplificato, non lo possiamo negare, c’era già e negli ultimi tempi è aumentato. Il campanello d’allarme suonava già prima di quel video musicale e come giunta stiamo ragionando sull’approccio migliore per intervenire». Il ragionamento infatti, spiega ancora l’assessore, «deve essere complessivo su tutta la città. Non è un problema legato per esempio solo agli affittuari Acer, o a un solo quartiere, è una questione generazionale su cui tutti dobbiamo intervenire: dalla cultura allo sport, dalla scuola al terzo settore».

E spesso episodi del genere «vanno al di là anche del disagio economico. Qui si parla di povertà educativa e sociale. E non credo si possa parlare nemmeno di un problema di integrazione culturale. La maggior parte di questi ragazzi sono italiani di seconda generazione, senza difficoltà dettate dalla lingua o dalla cultura diversa. Spesso sono i ragazzi che nonni o genitori si portano dietro quando hanno bisogno di farsi tradurre ciò che dicono negli uffici pubblici».

Questione diversa, conclude De Franco, «è la semantica e l’estetica legata a questi generi musicali. Senza mettermi a fare il moralista, perché anche negli anno ’80 i gruppi erano giudicati male per i capelli lunghi, c’è però un problema di incomunicabilità generazionale. Senza dimenticarci che il piccolo boss di quartiere non se lo sono inventato questi ragazzini ma viene inculcato loro da una serie di modelli che vanno in quella direzione». —

L. G.

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