«Tanti cardiopatici morti in casa per paura di venire all’ospedale»

Alessandro Navazio, direttore provinciale di Medicina specialistica e cardiologia «Incremento della mortalità extra ospedaliera nei primi mesi della pandemia»

Leonardo Grilli

reggio emilia. Non solo morti di Covid ma anche morti per colpa del Covid. Decine di malati che, soprattutto nel periodo iniziale della pandemia, per paura di essere contagiati hanno sottovalutato sintomi e dolori spesso a costo della vita.


Un fenomeno non solo reggiano, ma comune a tutta Italia, che ha colpito soprattutto i pazienti cardiaci. Un dolore al petto che si crede passi subito, intorpidimenti, sintomi di possibili attacchi di cuore che in tempi normali avrebbero portato subito a una corsa in ospedale o almeno a una telefonata al medico. Timori sovrastati, soprattutto fra marzo e aprile, da uno più grande: quello del Coronavirus.

Lo sa bene Alessandro Navazio, direttore del dipartimento di Medicina specialistica e cardiologia della provincia di Reggio Emilia, che ha seguito in prima persona l’evolversi dell’epidemia, la sofferenza del sistema sanitario, la difficoltà di riorganizzare tutta la macchina ospedaliera e persino il Covid, che lo ha costretto a casa per circa un mese.

Morire in casa per paura di andare in ospedale. Un fenomeno drammatico che ha colpito anche la nostra provincia.

«Nei mesi iniziali della pandemia si è registrato un incremento della mortalità extra ospedaliera. Questo elemento, se confrontato alla contemporanea riduzione di accessi alla cardiologia rispetto allo storico degli altri anni, ci dice che molta gente è morta perché non è venuta in ospedale. Una paura non solo reggiana ovviamente, il fenomeno si è verificato anche in regioni che inizialmente avevano pochissimi casi di malati Covid, ad esempio nel sud Italia. Per i pazienti che invece hanno avuto il coraggio di venire siamo riusciti a garantire, nonostante l’emergenza, un trattamento ottimale».

La riduzione degli accessi è stata così drastica?

«Inizialmente sì. Dieci mesi fa, con il lockdown totale, le cardiologie erano vuote. Le unità coronariche desolatamente vuote. C’è stato un enorme calo degli accessi per sindromi coronariche acute e scompensi cardiaci acuti, solo quelli che avevano un dolore persistente tendevano a venire. Oltre ai decessi questo ha portato anche alla ricomparsa, dopo qualche tempo, di esiti di infarti o patologie acute come non ne vedevamo da anni: persone con sintomi cardiaci pesanti, scompensi molto gravi, infarti misconosciuti che avevano preferito rimanere in casa».

Quanto invece le patologie cardiologiche hanno pesato sui malati Covid?

«Purtroppo molto. Fra i pazienti che hanno il Covid con polmonite e successivamente una complicanza cardiologica la mortalità è molto alta, molti sono deceduti. Ma il tasso di decessi è elevato anche fra coloro che hanno già avuto patologie cardiache acute e in seguito manifestano sintomi gravi del Coronavirus».

Com’è stata riorganizzata la rete cardiologica provinciale alla luce della pandemia?

«Il sistema ha retto bene, stiamo riuscendo a garantire le urgenze a tutti entro i tempi ma il Covid ha avuto una ricaduta drammatica per le cardiologie. Il pronto soccorso di Scandiano è chiuso e l’utenza viene tutta a Reggio. Montecchio è aperto solo nelle ore diurne e Correggio è chiuso e gravita su Guastalla. Ma il reparto cardiologico di Guastalla, che drenava tutta l’area nord reggiana, oggi è dedicato ai contagiati dal Coronavirus. Parliamo di 14 letti per la degenza e quattro unità coronariche riconvertiti in terapia intensiva e degenza semintensiva Covid. Di fatto oggi come presidi ospedalieri cardiologici ci sono Reggio e Castelnovo Monti, che rimane uno sfogo molto importante».

Qual è invece la situazione nella Cardiologia del Santa Maria Nuova?

«Attualmente nel reparto di Reggio ci sono undici posti letto di unità coronarica e 13/15 di degenza. I posti sono calati rispetto a prima perché abbiamo sacrificato due stanze per le zone filtro Covid e una per l’ambulatorio dedicato ai malati che vengono dal pronto soccorso. Una riduzione necessaria non solo per la sicurezza degli operatori ma anche e soprattutto dei pazienti. L’afflusso è alto e i posti sono sempre tutti occupati tranne uno per le urgenze. Durante la notte invece dobbiamo cercare di avere quattro letti liberi perché dobbiamo essere in grado di accogliere i pazienti anche dalle altre zone.

Oggi la paura del Covid si può dire superata? I pazienti tornano in ospedale regolarmente?

«Ora c’è un afflusso paragonabile al 2019. La seconda ondata è completamente diversa dalla prima e l’affluenza sostanzialmente è sovrapponibile a quella di un anno fa. Con una grossa difficoltà da parte del personale sanitario, è inutile nasconderlo, per mantenere gli standard precedenti tant’è che pur avendo meno letti abbiamo il doppio dei medici in reparto. Consideri che solo io lo scorso anno, pur stando a casa un mese con il Covid, ho svolto circa 770 ore di straordinario. La Cardiologia ospedaliera del Santa Maria oggi conta una quarantina di medici e moltissimi infermieri: negli ultimi due mesi del 2020 abbiamo eseguito oltre 340 ricoveri con una rotazione molto importante e garantendo un’ottima risposta per la parte acuta». —

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