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Il Covid e la pattuglia di irreperibili: svanita ogni loro traccia nel periodo di isolamento

L'allarme a Reggio Emilia, mettono sotto stress la sorveglianza e rischiano di causare contagi a catena

REGGIO EMILIA. Sfuggono ai controlli telefonici. E fanno perdere le proprie tracce. C’è chi li ha battezzati “fantasmi della quarantena”. Tecnicamente, invece, sono definiti irreperibili: persone che dovrebbero restare in isolamento, ma che poi spariscono dai radar della sorveglianza messa in campo dall’Igiene Pubblica. Un fenomeno diffuso un po’ ovunque, fortunatamente a Reggio contenuto. Ma non per questo da sottovalutare. Non solo perché chi non rispetta l’obbligo di isolamento rischia di contagiare altre persone, innescando una reazione a catena. Ma anche perché la ricerca degli irreperibili mette ulteriormente sotto pressione la macchina dei controlli Ausl che, ormai dal marzo scorso, lavora a ritmi serrati, impiegando dalle 60 alle oltre 100 persone ogni giorno, compresi i sabato e le domeniche.

«Attualmente siamo circa sui sessanta irreperibili – spiega Emanuela Bedeschi, direttrice del servizio di Igiene pubblica Ausl – si tratta di persone di cui non abbiamo trovato numeri di telefono o che non sono stati risultati inseriti nelle nostre anagrafi, ma hanno fatto un tampone, alcuni anche presso laboratori privati fuori regione o fuori provincia».

Sono proprio le zone di confine quelle in cui il fenomeno si manifesta con più frequenza, sebbene con numeri ora attenuati rispetto a inizio pandemia, dal momento che l’informatizzazione ora è entrata a pieno regime . «Ci sono situazioni in cui l’indagine è particolarmente faticosa – aggiunge Bedeschi – può accadere quando i tamponi vengono eseguiti in laboratori privati fuori provincia o in altre Asl diverse da Reggio. In quei casi fatichiamo a rintracciare le persone. A volte è successo che, dopo aver raccolto le prime informazioni con la prima telefonata, le persone non hanno più risposto alle successive nostre comunicazioni».

Sulla sessantina di irreperibili, la metà è “scomparsa” proprio dopo il primo contatto. I motivi? I più vari. C’è chi, domiciliato a Reggio, magari torna nel territorio di residenza; chi decide di trascorrere l’isolamento in una sede diversa dalla residenza. E c’è anche chi ha eseguito un tampone prima di un viaggio all’estero, magari per tornare al proprio Paese d’origine, lasciando comunque all’Ausl il compito di ricostruire quanto avvenuto.

«Nei casi più farraginosi, ci rivolgiamo ai Comuni, ma in alcuni casi ci siamo dovuti rivolgere alle forze dell’ordine – conclude Bedeschi – La persona dovrebbe essere reperibile sempre nel periodo di isolamento. Se cambiano sede, devono comunicarlo. La sorveglianza non prevede sempre un nostro sopralluogo diretto nelle abitazioni: i numeri che abbiamo non lo consentono. Per questo essere reperibile per dare informazioni è un obbligo della persona dal momento in cui viene messa in isolamento». —

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