Chiesti 2 anni per Grande Aracri e due figli

Sono accusati di aver occupato abusivamente un’area pubblica. La difesa: «Era un terreno in abbandono, vanno assolti»

Tiziano Soresina

BRESCELLO. Fatica a trovare una sentenza quanto individuato dai carabinieri nel 2013 durante un sequestro preventivo di beni.


Ieri, a otto anni di distanza, si è arrivati perlomeno alla discussione davanti al giudice Silvia Semprini. E il pm Maria Rita Pantani ha chiesto la condanna a 2 anni di reclusione e 500 euro di multa per i tre alla sbarra, cioè il 66enne Francesco Grande Aracri (è il fratello del boss Nicolino) e i figli Paolo (30 anni) e Rosita (38 anni). Per l’accusa i tre familiari hanno occupato senza autorizzazione un'area nei pressi del cavalcavia della strada Cispadana, in via Breda Vignazzi, alla periferia del paese. Qui per il pm Pantani avevano creato una sorta di magazzino nel quale riponevano attrezzi e macchinari di ogni tipo (riferibili a ditte riconducibili ai tre imputati) e, per legittimare ulteriormente la loro occupazione, avevano recintato l'area con una rete. Sulla scia di quest’accusa di invasione di terreni o edifici si è poi mosso l’avvocato Alessandro Merlo: tutela, come parte civile, la Provincia che è proprietaria dell’area in cui è stato costruito quel tratto di Cispadana. L’avvocato Merlo ha spiegato che la Provincia intende chiedere un risarcimento-danni di alcune decine di migliaia di euro, mentre per la provvisionale subito esecutiva ha lasciato al giudice Semprini il definirne l’entità. Di tutt’altro avviso l’avvocato difensore Carmine Migale – in sostituzione del collega Andrea Marvasi – che ha chiesto l’assoluzione per tutta una serie di motivi. «A parte che non è stato fatto nessun danno a quel terreno, nemmeno si può parlare di invasione dell’area, visto che lo stesso Grande Aracri si era lamentato con un vigile dello stato d’abbandono di quella porzione di terra in cui in tanti, ad esempio degli agricoltori, andavano a scaricare dei materiali. E non c’è nemmeno prova che i materiali edili lì trovati appartenessero agli imputati. Non sono stati tratti benefici o utilità da quel terreno. Vanno tutti e tre assolti». Collegati in videoconferenza dal carcere dove sono ristretti – stanno affrontando il processo legato all’operazione antimafia Grimilde – hanno voluto prendere la parola due dei tre imputati. Francesco Grande Aracri dal carcere di Novara nega l’invasione di terreno in quanto a suo dire l’Anas si era limitata, nell’esproprio, all’area necessaria per impiantare i piloni della Cispadana. «Avevo comprato quel terreno a fine anni Novanta – rimarca – e la proprietà è solo mia, i miei figli non c’entrano, fanno altri mestieri». Gli ha fatto eco il figlio Paolo dal carcere di Frosinone: «Ancora non capisco perché mi trovo sotto processo, non c’è il mio nome su quei materiali edili. Perché questo accanimento sulla mia famiglia? Abbiamo sempre e solo lavorato». Repliche e sentenza sono previsti per il 9 febbraio. —

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