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America’s Cup, due reggiani con Luna Rossa portano il Tricolore nelle acque di Auckland

Una splendida immagine di Luna Rossa nelle acque di Auckland, in Nuova Zelanda, tratta dal profilo Twitter di “Luna Rossa Prada Pirelli Team”

Con Luna Rossa gareggiano i reggiani Gilberto Nobili e Michele Crotti: «Siamo pronti alla sfida»

REGGIO EMILIA.  Dall’Enza e dal Crostolo fino alle acque oceaniche della Nuova Zelanda. È la storia di ingegneri due reggiani, di età ed esperienze diverse, che ora competono ai massimi livelli, nella Formula 1 delle regate e con la Ferrari delle barche a vela: la Luna Rossa.

Il 15 gennaio prendono il via le competizioni veliche nel golfo di Auckland per l’imbarcazione italiana più famosa al mondo, ora a caccia della possibile finale: la Coppa America vera e propria, il più antico trofeo sportivo al mondo, contro i detentori del “Team New Zealand”. E ancora una volta, a tentare una nuova campagna di America’s Cup c’è Gilberto Nobili, ormai un veterano della competizione guardato con rispetto e ammirazione anche dagli altri equipaggi coinvolti nella manifestazione.

Il grinder e ingegnere elettronico vettese, 46 anni, è infatti alla sua sesta Coppa America, un traguardo che pochi possono vantare, ma soprattutto ne ha già sollevate tre avendo vinto nel 2010 e nel 2013 con il team Bmw Oracle Racing. Accanto a lui, sempre nel team di ingegneri, un altro reggiano: Michele Crotti.

La seconda vittoria di Nobili resta negli annali, con gli americani sotto per 8-1 che rimontano New Zealand e alla fine vincono la coppa per 9-8. In seguito Nobili passa proprio a Team New Zealand, con cui vince ancora nel 2017. Poi il ritorno a casa con Luna Rossa.

Proprio con l’imbarcazione italiana Nobili aveva fatto un provino nel 2001: appassionato e praticante di molti sport, la sua esperienza con le imbarcazioni fino ad allora si limitava alla canoa, iniziata sull’Enza e poi proseguita con il Cus Parma negli anni universitari.

«Da quel provino nel 2001 non ho più lasciato le imbarcazioni di Coppa America fino ad oggi – racconta Gilberto – dopo le prime due esperienze con Luna Rossa nel 2003 e 2007 sono passato con il team americano Oracle e successivamente con Emirates Team New Zealand. Ho vinto la coppa da sfidante, poi da detentore, mi manca solo di vincerla per la mia nazione e poi penso di averle fatte tutte. Se fossi rimasto a Emirates Team New Zealand avrei avuto di certo il 50% di possibilità di vincerla una quarta volta, i miei vecchi compagni sono da regolamento già in finale. Ma ho voluto tentare con Luna Rossa».

Sui suoi inizi ricorda ancora: «Negli anni dell’università ho incontrato a Parma un grinder di Luna Rossa, appena tornato da Auckland dopo la Coppa del 2000. Romolo Ranieri, conosciuto anche con il soprannome di “lo zio”, mi ha invitato a un provino di due giorni a Punta Ala e quei due giorni sono diventati vent’anni della mia vita».

In sei edizioni della manifestazione Gilberto ne ha visto un’evoluzione molto importante e per certi versi è stato un pioniere: il suo ruolo in barca è sempre stato quello di grinder, gli addetti ai verricelli per issare le vele, ma grazie alle sue competenze tecnologiche ha rivestito anche ruoli fondamentali di data manager: attraverso il suo lavoro tutto l’equipaggio aveva informazioni in tempo reale su velocità, condizioni del vento, moto ondoso e altri parametri fondamentali per la navigazione.

Inizialmente era un’unione di competenze che lo contraddistingueva, ora è diventata essenziale da condividere con tutti per cui Gilberto negli anni ha sempre più sviluppato e affinato questi sistemi tecnologici. Oggi i grinder sulle nuove barche che sfrecciano in America’s cup fanno una serie di azioni importantissime, in pratica sono ingegneri di macchina a tutti gli effetti che sulla base dei dati ricevuti regolano l’albero, l’accumulatore di energia, regolano la scotta del fiocco. Tanto più che Gilberto nel team Prada è insignito del ruolo chiave di “Operation manager”. Il suo impegno prosegue con un lavoro molto importante anche a terra, finita la regata, tra raccolta, lettura e interpretazione dei dati.

L'altra grande evoluzione a cui ha assistito Gilberto in 20 anni di Coppa America è stata proprio quella delle imbarcazioni: «In carriera – racconta – ho partecipato a diversi eventi velici internazionali nelle classi TP52, Maxi ed Extreme40 nonché a quattro anni di classi olimpiche (2004-2008) in Star con Francesco Bruni, ma in Coppa America è davvero cambiato tutto».

Nelle prime edizioni è partito con i classici monoscafi che hanno segnato decenni della più antica manifestazione sportiva del mondo, definiti come “International America’s cup class”, per poi passare ai catamarani e ai trimarani AC50 dell’ultima edizione, che con il giusto grado di vento si sollevavano dall’acqua raggiungendo velocità fino ad allora impensabili. Fino alle attuali “barche volanti”, gli AC75: monoscafi lunghi 20 metri e larghi 5 ai quali però sono collegate due ali mobili che spuntano ai lati.

Si chiamano ali proprio perché grazie a queste sculture disegnate dalla fluidodinamica gli scafi escono dall’acqua, sollevandosi su di essa e prendono letteralmente il volo, lasciando soltanto le piccole pinne immerse in acqua. Barche che, senza alcun motore ovviamente e solo con la forza del vento arrivano a velocità incredibili, anche superiori ai 90 chilometri orari. Difficile solo immaginarlo sull’acqua.

«Ma nonostante l’evoluzione delle barche – aggiunge il grinder – quello che ti porta a vincere alla fine è lo spirito del team, resta fondamentale». Sulla sfida che partirà da domani per la prima parte della Coppa America (la Prada Cup determinerà lo sfidante di New Zealand in finale), Nobili aggiunge: «Il lavoro da portare avanti è enorme. Coinvolge due barche, 110 persone e il tutto che si concentra nei momenti delle regate. Siamo pronti, siamo qui per cercare di vincere. Le barche si assomigliano tra loro ma hanno dettagli diversi: Luna Rossa ha scommesso su un range di venti specifico e se ci saranno le condizioni siamo pronti a sfidare chiunque».