La denuncia dei gestori: «Siamo stanchi d’essere presi in giro. Viene calpestata la nostra dignità»

Andrea Medici, dell’osteria di Scandiano

Scandiano, l’Unione ristoratori del Buon ricordo dà voce alla protesta contro l’ulteriore stretta sui provvedimenti anti-Covid

SCANDIANO. «Non c’è più tempo» per salvare la ristorazione italiana. «Asporto e delivery per le regioni arancioni e aperture solo a pranzo e infrasettimanali per le regioni gialle sono delle prese in giro». È la riflessione secca e densa di preoccupazioni fatta dall’Unione ristoranti del Buon ricordo, una delle principali realtà collettive dedicate alla cucina tradizionale italiana, attiva da mezzo secolo.

I ristoratori sono stremati dalle continue limitazioni


In Emilia, conta fra gli iscritti alcuni dei locali più noti fra gli appassionati dei sapori nostrani, a partire dall’Osteria in Scandiano di Andrea Medici, diventato ancora più noto dopo la vittoria nel programma “Quattro ristoranti” di Alessandro Borghese. Con i Medici, la Fefa di Finale Emilia, nel Modenese; il Cavallino bianco di Polesine Zibello e l’osteria di Fornio Parma e la Taverna del cacciatore di Castiglione dei Pepoli. Il settore è fra quelli più penalizzati dalla pandemia e pure dai provvedimenti a corrente alternata che a volte aprono per poi richiudere rapidamente. Ora la preoccupazione è elevatissima: «Il nostro mondo, il mondo della ristorazione italiana di qualità oramai è esausto. Undici mesi sono trascorsi dall’inizio della pandemia, durante i quali la nostra categoria ha accettato di chiudere a ripetizione le proprie attività in nome della salute. Noi ristoratori abbiamo un cuore e lo abbiamo dimostrato. Le briciole dei ristori, quando sono arrivate, sono state proprio tali. Abbiamo accettato anche il gioco dei colori, delle aperture e chiusure per salvare il Natale, poi per salvare gennaio, poi...?», chiedono.



Per i ristoratori, «la realtà dei fatti ha dimostrato che non erano i locali pubblici i portatori di contagi. Tutti sappiamo che pranzare in un ristorante è più sicuro che farlo in una mensa aziendale. Allo stesso modo le resse nei supermercati e l’affollamento dei posti di lavoro non possiamo credere che siano meno pericolose». L’attuale gestione delle chiusure per i locali viene definita nient’altro che «una scelta di comodo». Per lunghi mesi sono stati fatti sforzi, ma ora le ultime decisioni a colore alternato, che in pochi giorni hanno portato ad aperture e chiusure lampo, hanno portato alla rottura. «Il vaso è colmo. Ci mancava solo l’invito ad aprire le nostre attività per due giorni per poi chiuderle nel weekend, per poi colorare di nuovo l’Italia di giallo e arancione limitando o vietando il nostro lavoro in modo quasi sadico, per completare la presa in giro», è l’amara affermazione.

Cosa si domanda? Chiarezza, prima di tutto. «Chiediamo al governo: fateci lavorare in sicurezza, ma con la possibilità di fare impresa o permetteteci di arrivare ancora vivi al momento della ripartenza con giusti ristori, non briciole. Noi imprenditori della ristorazione crediamo di avere tante proposte da portare sul tavolo anche per il futuro, ma dobbiamo essere ascoltati non portati alla chiusura». In vista delle prossime settimane, riflettono sconsolati, «la soluzione unica e più economica e che rispetterebbe la nostra dignità sarebbe una sola: chiudere tutto. Se davvero siamo contagiosi dovremmo essere noi i primi a tirarci fuori dalla mischia. Ma non possiamo farlo da soli. Chi si alza ogni mattina all’alba e per 16 ore non esce dal proprio locale ha una dignità. Ora questa dignità è stata troppe volte calpestata».

In chiusura, un appello: «Il mondo della somministrazione cosa ne pensa? Noi ci siamo. È tempo di essere uniti e far sentire la nostra voce».