Oltre 3 metri di neve al Rifugio Battisti: «Pronti a riaprire siamo un presidio»

La neve al Rifugio Battisti ha ormai sommerso la struttura. Venerdì il primo intervento per liberare la centralina da parte dei gestori. Mentre intorno il paesaggio regala scenari suggestivi

Ventasso, quota record di coltre bianca dopo le ultime precipitazioni: «Ora siamo chiusi per un guasto, ma stiamo per tornare»

VENTASSO. La neve ha raggiunto e superato quota 3 metri al Rifugio Battisti, a 1.761 metri di altitudine. E ieri continuava a scendere copiosa. Uno scenario davvero suggestivo, di quelli che era davvero da tanto tempo che non si vedevano. Con la beffa di non poter godere di tanta bellezza: l’Italia “a colori” a causa della pandemia da Covid limita gli spostamenti e l’Emilia-Romagna in arancione non consente spostamenti oltre i confini del proprio Comune. Così, di tanta meraviglia al momento possono godere solo gli abitanti del Comune di Ventasso.

In questi giorni il Rifugio Battisti è chiuso. «Un problema all’impianto elettrico non ci permette di tenere aperto – spiega uno dei gestori, Enrico Bronzoni – Venerdì siamo saliti per liberare la centralina dalla neve, abbiamo riscontrato che serve un pezzo di ricambio e contiamo di riuscire a risolvere entro il prossimo fine settimana». L’occasione è stata anche quella di vedere, e misurare, quanta neve è caduta negli ultimi giorni. E accertare che ormai siamo a quota tre metri. «Ma in certi punti di accumulo, ce n’è anche di più» assicura.



Enrico Bronzoni di Castelnovo Monti con Emanuele Braglia e Costanza Fontana, di Reggio, sono dal maggio scorso i nuovi gestori del Rifugio Battisti. Tre amici alla prima esperienza di rifugisti, ma con alle spalle importanti esperienze nell’ambito della ristorazione e del turismo, che animati dalla passione hanno risposto al bando per la gestione ottenendolo. Certo, nessuno si aspettava che il 2020 sarebbe stato segnato dalla pandemia. E per un rifugio fare i conti con i Dpcm che determinato chiusure, aperture, orari e modalità di prestazione del servizio è più complicato – vista la posizione – che per un’altra attività.

«Abbiamo lavorato fino a novembre, quando poi siamo diventati zona arancione. Quindi, abbiamo riaperto l’8 dicembre e abbiamo lavorato per tre fine settimane quindi ci siamo fermati – prosegue – In un anno normale, secondo quelli che sono i normali afflussi di escursionisti in Appennino, avremmo tenuto aperto solo i fine settimana. Cosa che vogliamo ricominciare a fare, non appena avremmo risolto il problema elettrico che abbiamo riscontrato: senza elettricità, infatti, non possiamo fare molto. Se resteremo in zona arancione, quindi, ci saremo e faremo servizio di asporto. Ma anche qualora diventassimo regione rossa rimarremmo lì, anche perché siamo un rifugio ed è importante il nostro presidio anche per ragioni di sicurezza».



«La speranza – sottolinea – ovviamente è quella che si possa tornare alla normalità il prima possibile e che questo periodo difficile finisca. L’estate, per noi, è stata positiva. C’è stata tanta gente, perché tanta gente dopo il lockdown aveva voglia di stare all’aria aperta e le difficoltà di andare all’estero hanno incentivano un turismo più di prossimità. In alcuni momenti, l’afflusso forse è stato anche maggiore della nostra capacità, che è stata dimezzata praticamente per le disposizioni anti-covid tra posti letti e coperti». Riguardo al presente, le incertezze pesano e non poco. «Per noi è difficile anche prevedere cosa fare, fare programmazione economica. Anche decidere quanta roba, quante scorte portare al rifugio. Non ha senso portare con un veicolo beni per due mesi, magari quintali di cibo, se poi dobbiamo tenere chiuso – confida –. Noi non siamo su una strada normale, inoltre adesso ci si arriva solo a piedi e ci vogliono ore».