Con il ricavato del suo libro aiuta uno studente in difficoltà

Reggio Emilia, è il bel gesto di Gianfranco Giorgini che da giovane era a sua volta stato aiutato da una borsa di studio

REGGIO EMILIA. Da ragazzo ha potuto studiare grazie a una borsa di studio, e ora che ragazzo non lo è più – almeno sulla carta d’identità – ha voluto restituire il favore.

Per una strana danza del destino, o forse perché in questa danza a guidare è stato proprio lui, Gianfranco Giorgini – che nella vita è stato dirigente industriale prima in Lombardini, poi in Ducati Motor Holding – si è trovato a scrivere un libro a 67 anni. Decidere di donare il ricavato a uno studente in difficoltà è stato naturale, anche se, solitamente, le borse di studio vengono finanziate da banche, istituzioni o grandi aziende. Non da privati.

«Una società va o non va in decadenza in base alla cultura che sa creare – spiega Giorgini – e il nostro tasso di abbandono scolastico è a livelli spaventosi. Sono convinto che i ragazzi siano il nostro futuro, e anche che ciascuno di noi, se non a livello economico almeno con il suo comportamento, possa aiutarli. Nel mio piccolo, con questa borsa di studio, ci ho provato». Una generosità che ha origini lontane, imparata da una mamma che, nonostante la povertà, faceva del bene e si prodigava per gli altri. Non a caso la borsa di studio assegnata a Manveer Singh – studente meritevole della classe 3ª F, indirizzo Elettronica ed elettrotecnica, dell’istituto comprensivo Cattaneo-Dall’Aglio di Castelnovo Monti – porta il suo nome: Pierina Guglielmi.

«Ho voluto restituire ciò che la vita mi ha dato», dice Giorgini. Una vita ricca di esperienze, stimoli e possibilità, partita però nella miseria e nel dolore. Quando Gianfranco Giorgini perde il papà, ha solo otto anni. Da quel momento è la mamma Pierina a dover provvedere a lui e alla sorella Anna. La borsa di studio che Giorgini, nato e cresciuto a Cola di Vetto, riceve dalla Lombardini è provvidenziale: gli permette di studiare e poi di farsi conoscere in azienda, dove lavorerà per 26 anni diventando, dopo aver chiuso una brillante carriera calcistica che l’ha portato anche a vincere il Torneo della Montagna, direttore della logistica.

«Avrei voluto studiare ingegneria – racconta – ma non avevamo le possibilità, anche mia sorella doveva studiare». Anche senza laurea Giorgini fa carriera, nel 1997 lascia la Lombardini per scommettere sulla Ducati, dove ricopre il ruolo di direttore operations per 16 anni fino all'acquisizione dell'azienda da parte di Audi. E non riversa le sue energie solo sul lavoro: oltre alla famiglia (sua moglie Claudia e i figli Nicolò e Andrea) segue corsi di coaching – la metodologia di sviluppo personale che, puntando sulla fiducia in se stessi e nella consapevolezza di sè, porta al raggiungimento di uno specifico obiettivo personale, professionale o sportivo – e diventa coach accreditato nel 2013. Una volta in pensione decide di iscriversi all’università: filosofia. Nel 2016 arriva la tanto desiderata laurea in via Zamboni a Bologna.

Una cronologia che lascia solo immaginare la densità dei momenti vissuti da Giorgini. A raccontarli è il libro, pubblicato proprio nel 2020, l’anno orribile della pandemia, “Vyta. Amore, impegno, fiducia”. «Sono i tre valori che ho apprezzato della vita – spiega Giorgini – Vita con la “y” perché ogni decisione è un bivio che ti porta inevitabilmente da una parte o dall’altra. Devi avere la consapevolezza di quello che fai, di quello che vuoi, la tua vita dipende dalle decisioni che prendi e tu ne hai la responsabilità».

Il segreto, rivela, è avere fiducia in se stessi, ma per ottenerla bisogna sudare. «Ho sempre lottato con una vocina che mi diceva: “Ti devi accontentare, non sei nato per questo ruolo”. Mi sono messo i bastoni tra le ruote tante volte. Ma poi ho imparato tre parole magiche: So. Posso. Voglio. Ho le conoscenze per fare quella cosa? Ho le risorse? E soprattutto: lo voglio veramente? Quando la risposta a queste domande è “sì” si fa centro, quando ne manca anche solo uno si sbaglia».

Quello che Giorgini ha augurato al giovane Manveer – ma attraverso il suo libro anche a tutti noi – è di arrivare esattamente dove vuole. Non a caso gli ha donato una bussola. «Un simbolo – spiega – per ricordargli che è importante capire dove puntare, in modo da non venire attirati in direzioni diverse dagli altri». Gliel’ha allungata al termine della cerimonia di premiazione al Cattaneo-Dall’Aglio, davanti alla preside dell’istituto Paola Bacci e ai suoi genitori – arrivati in Italia dal Punjab per una vita migliore – orgogliosi e commossi. Era il 22 dicembre. Proprio quel giorno, 23 anni prima, moriva Pierina. —

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