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Strage, i legali dei familiari delle vittime: «Mai più depistaggi sulle indagini»

Il collegio di avvocati sull’ammissione di tutte le parti civili: «Monito per chi tenta di sviare le inchieste». Lunedì si torna in aula

REGGIO EMILIA. «Un monito contro chi da qui in avanti porrà in essere condotte depistanti finalizzate a sviare le indagini». Lunedì si torna in aula, per la seconda udienza preliminare. E il collegio di avvocati che nel processo mandanti per la strage di Bologna rappresenta i familiari delle vittime esprime soddisfazione per quanto avvenuto nella prima udienza, lo scorso 27 novembre, quando il gup Alberto Gamberini ha accettato la costituzione di parte civile per tutti i familiari delle vittime, la Regione Emilia-Romagna, il Comune di Bologna e l’Avvocatura dello Stato, anche per i reati di depistaggio, per i quali sono imputati l’ex generale del Sisde Quintino Spella e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel. Un fatto inedito per questo reato, introdotto nel 2016 all’articolo 375 del codice penale, destinato a far giurisprudenza: il depistaggio rischiava di essere trattato come reato a parte. Ma la decisione del gup certifica ora che il depistaggio è un danno anche per le parti civili.
 

LE VITTIME REGGIANE

Fra le parti civili ammesse, anche i familiari delle due vittime reggiane: Eleonora Geraci e Vittorio Vaccaro, madre e figlio, residenti ad Arceto di Scandiano e Dinazzano di Casalgrande. Il 2 agosto 1980 Eleonora Geraci aveva 46 anni, Vittorio Vaccaro ne avrebbe compiuti 24 a dicembre. Madre e figlio si trovavano a Bologna per caricare una parente arrivata dalla Sicilia. Vaccaro aveva portato la madre in auto e i due erano in attesa del convoglio, a pochissimi metri dall’epicentro. L’esplosione li uccise sul colpo. Vittorio lasciò la giovane vedova Adele Incerti, all’epoca 21enne, e la figlia Linda, che aveva appena quattro anni. Due vittime che da dieci anni i Comuni di Scandiano e Casalgrande ricordano anche attraverso le borse di studio per studenti, organizzate in collaborazione con le famiglie delle vittime.

IN AULA

Attesa lunedì in aula, nelle vesti di imputato, anche la Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, presente lo scorso 27 novembre al pari di Segatel. Bellini è accusato di concorso nella strage: il più terribile attentato della storia della Repubblica, che provocò 85 vittime e oltre 200 feriti. Per gli inquirenti è il “quinto uomo”, colui che agì in concorso con gli ex Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (condannati in via definitiva) e con Gilberto Cavallini (condannato in primo grado): il quinto esecutore, in concorso anche con il leader della P2 Licio Gelli, con il banchiere Umberto Ortolani, con l’ex capo dell’ufficio Affari Riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato e con il giornalista iscritto alla P2 ed ex senatore Msi, Mario Tedeschi. Questi quattro, deceduti, sono ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori della strage.

VIA GRADOLI

Alla sbarra, infine, lunedì anche Domenico Catracchia, amministratore di immobili di via Gradoli a Roma, accusato di false informazioni ai pm. Per gli inquirenti, la stessa palazzina di via Gradoli 96 – strada nota per essere stata il covo dove nel 1978 per il primo mese di detenzione Aldo Moro – era utilizzata come rifugio, in epoche diverse, dai terroristi delle Brigate Rosse e, come emerso di recente, dei Nar, ma anche da esponenti del movimento neofascista di Terza Posizione. Elementi emersi anche grazie agli accertamenti del collegio di parte civile, secondo il quale si trattava di locali riconducibili a società legate al Sisde. A raccontare di aver alloggiato in un monolocale in via Gradoli, nel 1981, è stato Enrico Tomaselli, ex attivista di Tp, sentito anche recentemente a Roma dai magistrati della Procura generale: «In questo momento – ha messo a verbale – non ricordo chi mi aiutò a trovare casa in via Gradoli. Ricordo che una persona di Terza Posizione o dell’ambiente, che utilizzava quel monolocale, mi offrì ospitalità dicendomi che potevo andare ad abitare lì. Non ricordo il numero civico, però è lo stesso palazzo dove fu trovato il covo delle Br per il rapimento di Aldo Moro». E poi: «Posso dire che in quel periodo, ossia nell’anno 1981, altri militanti di estrema destra avevano nella loro disponibilità una base, o punto di appoggio, nella medesima via Gradoli, in una diversa palazzina». Tomaselli poi tornò di nuovo in via Gradoli, quando fu scarcerato, nel dicembre 1985: «Andai sempre in via Gradoli, sempre nella stessa palazzina, ma in un appartamento diverso. Questo secondo appartamento mi fu procurato da Andrea Insabato, anche lui militante di estrema destra».

LE INDAGINI

Per i magistrati della Procura generale di Bologna, il 2 agosto 1980 alla stazione non erano presenti soltanto i Nar Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, ma anche esponenti di altre formazioni di estrema destra. Fra questi, due esponenti di Terza Posizione: Sergio Picciafuoco, già assolto nel 1996 in via definitiva per la strage (del quale sono certificati rapporti con Bellini), quindi non più punibile, e Ciavardini, militante prima di Terza Posizione (Tp) e poi dei Nar, che secondo gli inquirenti nel periodo immediatamente successivo all’attentato, grazie all’intervento di Roberto Fiore, suo superiore di riferimento in Terza Posizione, venne ospitato da un altro membro della stessa formazione di estrema destra, concittadino e amico d’infanzia di Picciafuoco.

LE SIGLE

Una terza organizzazione, Ordine Nuovo, secondo i magistrati, fu coinvolta quanto meno perché conosceva il progetto stragista prima della sua realizzazione. Secondo la Procura ciò emerge dalle dichiarazioni che Vettore Presilio, legato all’estrema destra, rilasciò dal carcere nel luglio 1980 al magistrato di sorveglianza di Padova, Giovanni Tamburino, sull’imminente attuazione di un progetto stragista da parte della destra eversiva. Episodio al centro anche di un confronto nel maggio 2019 fra lo stesso magistrato e Spella, incluso in una memoria difensiva depositata dal collegio di parte civile: un confronto nel quale l’ex generale del Sisde ha negato di aver saputo da Tamburino di un progetto stragista. Di qui l’accusa per depistaggio, nell’ambito di una vicenda già affrontata da altre sentenze che hanno trattato il 2 agosto 1980, accertando che Vettore Presilio ebbe le informazioni da Roberto Rinani, militante della componente veneta-padovana di Ordine Nuovo.

AVANGUARDIA NAZIONALE

Infine, secondo l’indagine, un’altra formazione di estrema destra che partecipò all’attentato in stazione era proprio Avanguardia Nazionale. Per gli inquirenti Avanguardia Nazionale rappresenterebbe l’anello di congiunzione tra il vertice finanziario organizzativo della strage di Bologna, costituito dal binomio Licio Gelli-Federico Umberto D'Amato, e la Primula Nera reggiana Paolo Bellini, che si è sempre proclamato estraneo all’attentato, per il quale era stato assolto nel 1992 prima della revoca del proscioglimento nel maggio 2019, da cui è scattata successivamente la richiesta di rinvio a giudizio a suo carico. Secondo quanto emerso nella prima udienza preliminare, lunedì saranno sollevate le eccezioni delle difese degli imputati, non ancora formalizzate. Eccezioni che non sono state sollevate dal difensore di Bellini, Manfredi Fiormonti, nella prima udienza sempre al fianco della Primula Nera. —
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