«Ho vinto la battaglia contro la leucemia combattendo per 8 mesi come un leone»

Alessio Cherubini che ha sconfitto la leucemia

Carpineti, la testimonianza di Alessio Carubbi, 20 anni appena compiuti: «Ho vissuto un incubo, ma non mi sono mai arreso»

CARPINETI. Otto mesi di un lunghissimo incubo chiamato leucemia. Li ha superati Alessio Carubbi, 20enne campione di arti marziali cresciuto fra Pantano e Casina, vincitore di tanti titoli nazionali juniores nel kendo, la scherma giapponese con armi di legno.

Il primo allarme. Alla fine del 2019, durante una visita dentistica, ha iniziato a percepire problemi di quella che poi si è rivelata una leucemia linfoblastica acuta, emersa pienamente ad aprile, nel momento peggiore dell’emergenza pandemica. Da allora, Alessio ha passato gran parte del suo tempo al Core di Reggio Emilia per lunghi cicli di chemioterapia e altre terapie, e per un periodo anche l’ipotesi di un trapianto di midollo osseo – alla fine rivelatosi non necessario – è diventata concreta. Ieri, dopo l’ultima dimissione, ha scritto una lunga lettera aperta a Redacon, il più conosciuto portale web dedicato all’Appennino reggiano. Alessio ha raccontato così il suo difficilissimo 2020, con ogni visita complicata per le varie restrizioni, e in cui è riuscito anche a diplomarsi, completando il percorso scolastico nonostante i mille ostacoli, e nel quale ha festeggiato i vent’anni il 28 dicembre scorso.


«Esattamente il 15 dicembre 2019 mi sono recato dal dentista per effettuare l’estrazione di un dente del giudizio, non sentivo male prima di tutto ciò ma avevo sempre questo senso di insensibilità nella parte del labbro inferiore sinistro, la quale si è aggravata provocandomi dolori lancinanti in tutta la mandibola sino a sopra all’orecchio. Col passare del tempo iniziai a prendere molti medicinali, tra cui cortisone e antibiotici i quali alleviarono leggermente il dolore. Da gennaio in poi iniziai a fare moltissimi esami per capire ciò che avevo ma, purtroppo, nessuno di essi riuscì a darmi risposte vere e proprie. Alcuni esami evidenziavano un’infezione all’osso mandibolare, altri addirittura degli orecchioni, purtroppo nulla fu veritiero», spiega Alessio.

Solo in primavera, si scoprirà il reale problema. «Arrivò marzo e con esso anche la prima ondata di Covid-19 che colpì l’Italia, per questo anche solo per effettuare degli esami del sangue risultava difficilissimo, i miei genitori hanno impiegato quasi un mese per farmi fare degli esami del sangue, e il 24 aprile 2020 mi sono recato all’ospedale di Reggio Emilia per una ecografia totale di tutto il corpo, specificatamente nella zona dell’estrazione del dente».

Il ricovero d’urgenza. L’esito è una mazzata: «Durante l’ecografia il dottore sgranò gli occhi perché mi trovò acqua dappertutto, soprattutto vicino ad organi come cuore, pancreas e fegato; immediatamente mi ricoverò in medicina dove evidenziarono un’infezione al sangue, così il 25 aprile fui trasferito in ematologia. Verso le 10 ero in stanza con mio padre ed arrivò la dottoressa con una sentenza devastante: “Mi dispiace tantissimo ma hai una leucemia linfoblastica acuta, è una malattia grave ma fortunatamente curabile, ti aspettano 8 mesi di chemioterapia con probabilmente anche il trapianto di midollo osseo”. Di fianco a me mio padre scoppiò in lacrime e mi strinse forte a sé».

La botta viene subito assorbita e affrontata: «Successivamente arrivò mia madre e dandomi del guerriero mi disse che era sicura che ce l’avrei fatta. Ricordo che l’unica cosa che sono riuscito a rispondere alla dottoressa dopo la sentenza è stata: “Se questa malattia è capitata a me è perché ho la sicurezza di poterla sconfiggere”. La dottoressa sorrise. Da quel giorno in ematologia ho adottato il soprannome di “leone” per il mio spirito combattivo nei confronti della malattia. Non sono quel tipo che si definisce un eroe per la maniera in cui ho sconfitto questa battaglia, senza le cure ovviamente non ne sarei uscito vivo, questo sicuro. Le vittorie nella vita dipendono dall’approccio che si ha, e io proprio in questa occasione mi sono detto: “Bene, da uomo ora diventerò leone”. Vi posso assicurare che in tutto questo periodo non ho mai e ripeto mai, avuto paura di questa malattia, ho sempre creduto di avere le carte in regola per distruggerla».

L’incubo. Nonostante il coraggio, il cammino non è stato facile: «La notte della diagnosi non ho chiuso praticamente occhio e i pochi momenti in cui sono riuscito a dormire continuavo a fare lo stesso incubo: il mio funerale. All’età di 19 anni non è possibile avere questi pensieri: io li ho affrontati a petto in fuori e li ho vinti. Ci tengo a precisare che non me ne è mai fregato niente del cambiamento fisico che ho avuto, i capelli entro brevissimo tempo ricresceranno e come hanno garantito i medici ritornerò uguale a prima. Poi arrivò il vero e proprio inizio della battaglia più grande della mia vita, il lunedì successivo feci la biopsia del midollo osseo: consiste nel prelevare un pezzo di osso dal midollo per analizzare al meglio lo stato della malattia. Pochi giorni dopo ho iniziato con il primo ciclo di chemioterapia. Sono stato ricoverato esattamente 31 giorni prima di potere tornare a riabbracciare i miei cari».

Già, perché nei mesi del Covid, nemmeno i genitori hanno potuto visitare Alessio al Core, inevitabilmente blindato verso gli accessi esterni.«Il primo ciclo andò in modo ottimale e così anche tutti gli altri fino alla notizia alla fine del quarto ciclo, quando la dottoressa mi comunicò che la malattia non era più presente e che dovevo avere solo pazienza di finire i cicli per poi archiviare tutto ciò: non mi sarebbe servito neanche il trapianto; tutti noi eravamo al settimo cielo, ma mai abbassare la guardia davanti a queste cose. Per quello che ho passato posso dire che in queste situazioni la testa e l’approccio alla malattia sono il 70% delle cure. Ci tengo a ringraziare sopra a tutti tutta l’equipe medica del Core di Reggio Emilia, senza la quale non sarei qua, lo stesso vale per la mia famiglia, i miei nonni, la mia ragazza Valentina Ruffini e tutta la mia grande famiglia di amici, che definirei leoni. Potrei citarne tanti, ma in particolare voglio ringraziare Tommaso Tedeschi, Vincenzo Gennarini, Alessio Costi, Tommaso Bertolini, Samuele Ganapini, Jacopo Giovanelli che non mi hanno mollato per un secondo in tutti questi mesi, e molti altri».

Un pensiero speciale va alla sua seconda famiglia «il mio dojo di kendo, il Kita Yama dojo in primis la colonna portante di questa società: Renzo Tedeschi, il nostro Sensei con il quale non vedo l’ora di tornare a praticare come prima. Anzi, assolutamente no: voglio tornare meglio di prima, perché come si sa, un leone fino a quando non è sazio delle sue vittorie continua incessantemente a cacciare senza mai arrendersi davanti a nulla». La forza di Alessio lo ha aiutato a non fermarsi, tanto da non rinunciare neppure allo studio: «Non mi sono mai abbattuto davanti a nulla e infatti, nonostante abbia passato tantissimo tempo chiuso all’interno di questo ospedale, sono riuscito a diplomarmi appunto in quest’ultimo luogo con un punteggio di 97 su 100». E alle letture, in particolare quelle dei libri di Siniša Mihajlovic, l’allenatore del Bologna reduce a propria volta dalla leucemia.